Blue whale, Hacker Pedofili, Medicinali Assassini… che fare?

di Gregorio Ceccone, educatore e formatore Kaloi

Arriva la notizia SHOCK che TERRORIZZA tutti!

Metabolismo lento? Scopri come perdere 2 taglie in 2 settimane!

Il bimbo inizia a respirare malissimo, poi arrivano i dottori: quello che scoprono è SCONVOLGENTE!

In questo articolo troverete la soluzione a TUTTI questi problemi!

 

Se cercate informazioni e notizie online o sui social media, sicuramente questi titoli vi suoneranno familiari. Ora che chiunque può pubblicare informazioni on-line semplicemente tramite smartphone, tablet o computer, sta diventando sempre più difficile riconoscere un’informazione fasulla da una veritiera. In un mondo in cui miliardi di persone utilizzano i social network e comunicano online diventano fondamentali le competenze per decodificare ciò che leggiamo o vediamo. Imparare e sviluppare queste capacità è importante sia per gli adulti che per i più giovani: tutti veniamo influenzati da quanto riportano i media, che siano tradizionali (televisione, radio e stampa) o nuovi (comunicazione on-line).

Ma perché nasce una notizia falsa?

Inizialmente le fake news si diffondevano in siti che guadagnavano in base al numero di click che riuscivano ad ottenere. Per suscitare un maggiore interesse di pubblico, utilizzavano la tecnica di pubblicare titoli dai toni esageratamente pomposi e con informazioni spesso fasulle, generando così nei loro siti un flusso di ingenui curiosi. La stessa dinamica avveniva per i troll on-line; nel gergo di internet e in particolare delle comunità virtuali, si tratta di un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi. Questi soggetti creavano delle pagine che generavano l’indignazione dei navigatori, caduti nella trappola del troll. Cliccando, insultando, generano traffico e monetizzazione per il possessore del sito che successivamente può rivendere lo spazio cambiando identità al sito. La stessa dinamica avviene nell’epoca dei social media in cui vengono create delle pagine Facebook, Instagram, Twitter contenenti notizie fasulle o troll. Queste pagine traggono vantaggio dal sensazionalismo delle loro notizie e dal flusso costante di persone.

Grisù il cane che ha difeso la sua famiglia da una rapina ad opera di nordafricani sarà abbattuto per ordine del giudice…vero o falso?

La maggior parte dei bambini e degli adolescenti cercano informazioni sui social, quindi dovrebbero imparare a leggere le informazioni in modo critico: è un’abilità da imparare!

Anche i bambini possono cominciare a riflettere su alcuni punti fondamentali di educazione ai media. Sarà compito dell’adulto essere da modello educativo ed aiutare i giovani ad essere pensatori critici rispetto agli input che ricevono dalla rete. Ecco alcune domande che sarebbe utile considerare ogni volta che voi e i vostri bambini incontrate un’informazione o uno spezzone tratto da qualche media:

  • Chi ha fatto questo – video, informazione, gioco, brano…?
  • Chi è il pubblico di riferimento?
  • Chi ha pagato per questo prodotto? Oppure, chi viene pagato se clicco su questa pagina?
  • Chi potrebbe beneficiare o essere danneggiato dal messaggio che viene trasmesso?
  • Cosa non tratta, o viene lasciato fuori da questo messaggio? Potrebbe essere importante?
  • Ti sembra credibile quanto siamo guardando/leggendo/ascoltando? Cosa ti fa pensare?

I ragazzi un po’ più grandicelli potrebbero essere interessati ad imparare alcuni “trucchi del mestiere” per individuare le notizie false. Provate a chiedere loro come riconoscono un’informazione falsa on-line o un sito non affidabile. Potete, per esempio, condividere con loro questi semplici suggerimenti:

  • Nel sito che stai visitando cerca se sono presenti URL o nomi di siti insoliti: spesso appaiono come legittimi siti di notizie, ma non lo sono. Ecco qualche esempio: Gazzette, Corriere del Corsaro, Il Matto quotidiano… (una lista più esaustiva la trovi qui: http://www.bufale.net/home/the-black-list-la-lista-nera-del-web)
  • Cerca segni di scarsa qualità della notizia o dell’articolo come: titoli con refusi o errori grammaticali, affermazioni “forti” senza che siano citate le fonti, immagini sensazionalistiche (donne sexy e immagini molto forti o violente sono popolari sui falsi siti di notizie). Questi sono indizi che devono renderti scettico riguardo alla notizia.
  • Controlla la sezione “Su di noi” di un sito. Scopri chi supporta il sito o chi è associato ad esso. Se queste informazioni non esistono – e se il sito richiede di registrarsi prima di poter imparare qualcosa sui suoi sostenitori – bisogna chiedersi perché non siano trasparenti.
  • Controlla su Google, Wikipedia, Butac, Snopes prima di fidarti o condividere le notizie che sembrano troppo buone (o cattive) per essere vere.
  • Controlla le tue emozioni. Siti di fake news e clickbait cercano le reazioni “estreme” dello spettatore. Se le notizie che stai leggendo ti hanno fatto veramente arrabbiare o sei completamente d’accordo su quanto riportato può essere un segnale che stai cadendo nella trappola del clickbait o del commento impulsivo. Controlla sempre più fonti prima di fidarti.

In questi anni la scuola sta promuovendo diverse azioni educative per lo sviluppo di competenze mediali per gli studenti. Questo è sicuramente un contributo molto importante all’interno di tutta la complessa questione educativa al digitale. Ma lasciato solo può fare molto poco. È importante che noi adulti siamo i primi a mettere in pratica le indicazioni qui sopra riportate per cercare di non essere portatori di una viralità dannosa di informazioni fasulle.

Sea Hero Quest: quando giocare con un videogioco diventa una “buona azione”

di Gregorio Ceccone, educatore e formatore Kaloi

Videogiochi e digital storytelling per il cambiamento sociale

Da alcuni anni, diversi videogiochi stanno avendo un forte peso su tematiche sociali, possibilità educative e, come in questo caso, ricerca scientifica. Il pionieristico progetto di cui vi parlerò in questo articolo sta costruendo il più grande database mai esistito sulla “memoria spaziale”, e aiutando la ricerca a capire come il nostro cervello “naviga” nello spazio. La nostra “buona azione” sarà semplicemente quella di giocare on-line a questo titolo, mentre i dati relativi ai nostri risultati e prestazioni verranno man mano inviati ad un database composto da informazioni fornite da milioni di altri utenti come noi.

Sea Hero Quest è un gioco gratuito per smartphone e tablet che racconta, a grandi linee, una vicenda che ha come protagonisti un padre e un figlio. L’antefatto riguarda le esplorazioni oceaniche che i due hanno fatto in passato, catalogando moltissime specie animali in un album da disegno e vivendo in pieno una vita in mare aperto. Gli anni passano ed il padre, ormai anziano, non ricorda più nulla: toccherà al figlio fargli riportare a galla i ricordi, rivivendo assieme quelle stesse emozioni. Tutto questo viene narrato in un breve video in computer grafica, ottimo esempio di storytelling emotivo, in grado di motivarci a scaricare l’applicazione e a contribuire, divertendoci, alla ricerca.

Il gioco fondamentalmente sfida l’utente su due aspetti: l’orientamento e la memoria. Gli utenti sono invitati a governare una barca attraverso un paesaggio artico o tropicale mentre in altre fasi del gioco vengono sfidati a sparare razzi e catturare immagini di creature lungo il percorso. Per passare ai livelli successivi è fondamentale ricordarsi i tragitti percorsi, le mappe o quanto visto durante le  “navigazioni”. Quindi per riuscire a superare i livelli sarà fondamentale sfruttare le nostre capacità di memoria spaziale e procedurale.  

Il videogioco, secondo gli sviluppatori della University College of London, University of East Anglia, Alzheimer’s Research UK e Glitchers, permette ai giocatori in appena due minuti di fornire l’equivalente di cinque ore di dati di ricerca di laboratorio.

Dati che saranno utilizzati per una tra le più importanti ricerche sulla demenza senile.

La demenza senile non è una malattia specifica, ma un termine usato per descrivere una vasta gamma di sintomi, come una diminuzione della capacità di memoria. Può anche includere perdita di attenzione, percezione visiva, ragionamento e giudizio.

Gli sviluppatori sostengono che i dati raccolti potrebbero “portare allo sviluppo di nuovi strumenti diagnostici e trattamenti per la demenza.” La perdita di capacità di navigazione è uno dei primi sintomi di demenza.

Dire che i risultati sono stati superiori alle aspettative sarebbe un eufemismo: quando l’app è arrivata sugli store a maggio del 2016, l’obiettivo era quello di raggiungere i 100.000 giocatori entro la fine dell’anno. La quota raggiunta è stata invece di 2,4 milioni: questo ha permesso di ottenere l’equivalente di 9.400 anni di ricerca in laboratorio in appena 6 mesi.

Questo è ad oggi l’unico studio del suo tipo, su questa scala“, spiega Hugo Spiers dello University College London, che ha presentato i risultati preliminari alla conferenza Neuroscience 2016 conference di San Diego. “La sua accuratezza supera di molto quella di tutte le precedenti ricerche in questo campo. I risultati che il gioco sta portando hanno un enorme potenziale nel supporto di sviluppi vitali nella ricerca sulla demenza”.

Sea Hero Quest è un ottimo esempio di come un prodotto valido e un racconto digitale efficace sappiano coinvolgere diversi tipi di pubblico. I risultati raggiunti finora non sarebbero sicuramente stati così corposi se all’interno di questo progetto non fossero state coinvolte delle figure molto capaci nel piano della comunicazione. Il progetto è un esempio virtuoso di digital storytelling transmediale e di social media marketing etico, strumenti fondamentali per la buona riuscita del progetto. I racconti digitali di questa tipologia sono da anni diffusi nel marketing tradizionale con risultati molto interessanti.

Suggerisco la visione del video introduttivo e del sito dedicato al gioco (http://www.seaheroquest.com/it/) per capire di cosa sto parlando.

 

 

Finalmente anche nel mondo del sociale, dell’educazione e della ricerca si sta sviluppando un sempre maggiore interesse verso forme di comunicazione che sappiano raggiungere sia la “testa” che la “pancia” del pubblico.

La prevenzione dei femminicidi: cosa deve sapere, saper fare e saper dire un genitore?

A volte tematiche delicate come ‪#‎immigrazione‬, ‪#‎cyberbullismo‬, ‪#‎femminicidio‬ rischiano di diventare nutrimento per demagoghi o formatori improvvisati. Non è certo il caso di Alberto Pellai: “Cambiare un’attitudine culturale, ribaltare uno stereotipo di genere che contamina la cosa più bella della nostra vita (ovvero l’amore) con la cosa più brutta (ovvero la violenza e la morte) è compito e responsabilità di ciascuno di noi.”

La prevenzione dei femminicidi: cosa deve sapere, saper fare e saper dire un genitore?

Questo è un lungo messaggio rivolto alle mamme e ai papà. Ci vuole tempo per leggerlo. E per rifletterci su. Ma spero sia utile a noi genitori. E sia possibile leggerlo anche ai nostri figli, sia ragazzi che ragazze. Penso a questo messaggio da settimane, dopo aver letto le troppe storie di femminicidio che hanno riempito la cronaca nera. Penso davvero che, anche grazie alla mia professione, ai miei libri, alla mia pagina facebook, posso aiutare tutti, me compreso, a riflettere su questo tema. A confrontarsi tra generazioni. Perché le storie dei femminicidi sono tutte orribili, e tutte, purtroppo molto simili. Donne uccise da compagni che, nell’estremo tentativo di non farle andare via da una relazione, le rubano a qualsiasi altra relazione. Le rubano alla vita. C’è un problema enorme nel mondo dei maschi: è l’incapacità di trasformare le emozioni negative in parole che sanno chiedere aiuto, in gesti che rinunciano alla violenza. E’ l’incapacità di tollerare la frustrazione di sentirsi impotenti, all’interno di una comunità di maschi che ti chiede di essere sempre forte e virile. E’ l’incapacità di accettare che si può essere deboli, che ci si può sentire generinadeguati, che si può essere rifiutati. Come genitori abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli maschi a rispettare i “no” che si sentono dire, a comprendere qual è il confine tra negoziazione e prevaricazione, a lavorare sulla propria competenza, che spesso chiede di rinunciare alla dimensione della potenza. La virilità non è un attributo muscolare, non è un’azione violenta, non si afferma con un calcio, uno schiaffo, un pugno, uno spintone. La virilità che serve ai nostri figli è accettazione dei propri limiti, è la capacità di intuire ciò che in una relazione genera una sofferenza irrisolvibile. Tutti i dibattiti su questi temi sono frequentatissimi dalle donne. Ma penso che sarebbe ora che noi genitori accompagnassimo anche i nostri figli maschi a questo genere di incontri. Perché si rendano conto, perché sappiano cosa dire e cosa fare non solo quando sono coinvolti in una relazione di cui non riescono a “tenere le fila”, ma anche quando sentono che i loro amici, i loro colleghi maschi stanno perdendo la “bussola” che permette loro di rimanere orientati. Una delle notizie che ho trovato più sconvolgenti in queste settimane è quella relativa ad un femminicidio occorso circa un mese fa, quello di un uomo che – prima di uccidere la ex moglie – ha inviato decine di sms agli amici e alle persone che sentiva più vicine, scrivendo frasi come: “Deve morire e anche io devo morire. Non voglio andare in galera. L’aspetto in auto, l’accoltello alla gola e poi mi ammazzo”. L’uomo ha scritto numerosi SMS ad altri uomini ricevendone in risposta messaggi del tipo: “smettila di dire cazzate”, “lascia perdere”, “smetti di guardare su internet”, “non ti ucciderai, smetti di dire queste cose”.
Nessuno ha avvertito nelle frasi dell’uomo e nel suo delirio il rischio di vita per la sua ex moglie. Nessuno si è attivato per proteggerla, nessuno ha intuito l’importanza di aiutarla a mettersi in salvo. Penso che se questo genere di messaggi fosse stato scambiato tra donne, l’allarme sarebbe scattato immediatamente e forse la morte di due persone sarebbe stata prevenibile. Ecco, in questo fatto di cronaca nera così terribile, io vedo il silenzio educativo in cui sono lasciati moltissimi maschi. Per questo invito madri e padri a riempirlo questo silenzio educativo. Ad intervenire ogni volta che un figlio, fin da piccolo, usa la forza e le mani per risolvere un conflitto. A criticare ogni forma di violenza venga magnificata nei telefilm o nei videogiochi, di cui moltissimi ragazzi risultano “addicted” e all’interno dei quali le donne sono “bambole” del sesso da catturare e predare al fine di farci sesso, col semplice scopo di aumentare il proprio punteggio (vedi il popolarissimo Grand Theft Auto). C’è da fare. C’è molto da fare.
Parlo di tutto questo e di molto altro ancora nel mio libro “Bulli e pupe. Come i maschi possono cambiare. Come le ragazza possono cambiarli” (Feltrinelli ed.). Dedico un intero capitolo al tema del “rispetto del no” di chi ci sta di fronte. Un tema cruciale per noi maschi. Scrivo ai ragazzi e alle ragazze questo:
Feminicide__c__Eliana_Chauvet“Che cosa ci succede quando in Amore ci troviamo di fronte a una donna che ci dice no? Perché pensiamo che essere amati comporti che la donna al nostro fianco ci debba obbedienza assoluta? Nei femminicidi, il copione è quasi sempre lo stesso: un uomo che si sente dire “No” dalla propria compagna (o perché viene abbandonato, o perché viene tradito, o semplicemente perché è minacciato – all’interno di un conflitto – di essere lasciato) ricorre alla propria forza fisica e la aggredisce, fino a ucciderla, come estremo tentativo di ricondurla all’obbedienza. Perché un uomo non può accettare che una donna gli dica no.
Noi maschi dovremmo allenarci ad ascoltare e rispettare i no delle donne, delle ragazze e delle femmine con cui veniamo a contatto nel nostro percorso di vita. A partire dalle nostre mamme. Che a volte sono così stanche ed estenuate, che di fronte all’ennesima richiesta del loro figlioletto di fare questo o quello provano a dirgli: “Adesso basta, bambino mio. Non ce la faccio proprio più”. E quelle mamme che spesso si sentono in colpa perché provano per cinque minuti a non essere totalmente disponibili verso il loro piccolo cucciolo tiranno, dovrebbero invece sentire che lo stanno aiutando a imparare la fatica e la frustrazione di ascoltare un “no” che ha senso, un “no” col quale lui deve imparare ad empatizzare e sintonizzarsi. Perché più avanti, ci saranno i no di altre ragazze e donne che vorranno stare in relazione con lui, ma non vorranno adeguarsi al copione dell’obbedienza. Un copione che alle donne ha fatto molto male. E che spesso comincia con un “Non essere cattiva” detto ad una bambina che prova a rispondere no ad uno zio che vorrebbe un bacio mentre lei è intenta a leggere un libretto sul suo passeggino.
Noi maschi ne abbiamo davvero tanta di strada da fare in questo senso. E abbiamo bisogno di ragazze che ci aiutino a farla insieme a loro questa strada, che a volte ci sembra troppo complessa. O troppo in salita. Dovremmo imparare a discutere tra di noi, ragazzi e ragazze, ciò che una grande psicologa, Asha Phillips ha scritto a proposito del no, ovvero: “Un no non è necessariamente un rifiuto dell’altro o una prevaricazione, ma può invece dimostrare la fiducia nella sua forza e nelle sue capacità” e ancora “Dire no può essere estremamente liberatorio per entrambi i partner, perché incoraggia le differenze di idee e offre un’occasione di cambiamento”.
Cosa vuole dirci Asha Phillips? Secondo me una sola cosa: ovvero che alcuni no non significano disobbedienza, ma l’esatto contrario. Ovvero rispetto dell’altro. So che tu sei così intelligente da avere un sacro rispetto del mio no. Un no che non dico per offenderti o per rifiutarti, ma per far sì che tu, grazie al mio no, mi rispetti ancora di più. E nel tuo rispetto e col tuo rispetto, il mio no per te diventa un vero e proprio atto d’amore. Verso me stessa. E verso te che chiedi di amarmi.
6946504_1402187Mai pensato che questa frase potrebbe rappresentare la base per una grande storia d’amore? Mai creduto che la vera capacità di amare dipende dalla libertà che i due amati hanno di dirsi reciprocamente dei no?
Forse è da questi “no” pieni di rispetto che una ragazza può riconoscere chi tra noi maschi è un vero uomo. E anche un uomo vero. Nel senso più completo del termine”.

Se siete arrivati fino a qui e condividete il messaggio di questo post allora condividetelo con altri genitori, con altri adolescenti. Se siete docenti, stampatelo, mettetelo da parte e ricominciate il prossimo anno scolastico leggendolo insieme alle vostre classi. Cambiare un’attitudini culturale, ribaltare uno stereotipo di genere che contamina la cosa più bella della nostra vita (ovvero l’amore) con la cosa più brutta (ovvero la violenza e la morte) è compito e responsabilità di ciascuno di noi.

 

postato su Facebook, estratto del suo libro “Bulli e pupe. Come i maschi possono cambiare. Come le ragazze possono cambiarli”, Feltrinelli Ed., 2016

I bambini hanno bisogno di regole?

Echo-photoGentile Massimo, volevo condividere con te un momento di sconforto: nel corso pre-parto che sto seguendo è previsto anche un incontro con una psicologa per il rapporto madre-figlio. Ovviamente ha chiesto delle opinioni a chi, come me, aveva già bimbi a casa e quando ho espresso alcune idee del corso Genitori in Regola sono stata letteralmente attaccata e fatta passare per una madre non attenta ai bisogni del proprio figlio. Il concetto era che i capricci non esistono e che le regole non servono a nulla anzi! Che il bambino ha solo bisogni e che con le regole (figuriamoci le sanzioni…sembrava una parolaccia) noi lo mortifichiamo e ci disinteressiamo di lui… puoi immaginare il mio stato d’animo nell’esser così attaccata di fronte ad altre 20 persone. Comunque la riflessione che ne ho tratto, superato il disagio della situazione, è che essere una minoranza (anche educativa) è sempre scomodo e che le idee degli altri per quanto “urlate” non sono per forza le migliori o quelle con la verità in tasca. Ho quindi apprezzato ancora di più il tuo lavoro perché l’ho trovato non solo rispettoso degli altri e pacato ma soprattutto coraggiosamente svolto in un contesto culturale e lavorativo non favorevole. 

Grazie, Silvia

risponde Massimo Caccin, counsellor e formatore Kaloi

Prima reazione, a caldo: “Dimmi tu se una mamma in gravidanza deve essere trattata in questo modo!” Sì, perché sono convinto che quella che definiamo “Comunità Educante”, in tutte le sue articolazioni (compresi i corsi pre-parto), non dovrebbe giudicare ma essere di sostegno, di conferma e punto di riferimento per chi avrà il privilegio di accogliere, amare, educare e far crescere responsabilmente le generazioni future fin dai primi anni di vita. Fin dai primi vagiti. Ma non sempre succede. Fortunatamente, Silvia è una donna forte e strutturata, e l’episodio da lei descritto, pur spiacevole, non l’ha mandata completamente in tilt; però quello che è capitato a lei potrebbe capitare ad ognuno di noi, e in vari ambiti.

Dopo averle risposto in privato, continuo a riflettere. Emozioni e temi sollevati dalla sua mail sono molti e rilevanti. L’onda di repulsione provocata dalla “parolaccia” regole riflette la confusione, il disorientamento e il mal-orientamento nel mondo adulto.  Cercherò di mettere un po’ di ordine, sperando che le mie considerazioni possano servire a stimolare un pensiero che dilati l’orizzonte educativo piuttosto che restringerlo. Lungi da me la presunzione di spiegare tutto, non è possibile qui. L’argomento è troppo vasto.

Le Regole sono un argomento interessante ma “ostico”. Estremamente vicino alla vita delle persone: tutti vi siamo “immersi”, anche se non ne siamo consapevoli (un po’ come pesci nell’acqua). Le regole hanno a che fare con la nostra storia interiore, facile o difficile da raccontare, con ferite suturate o ancora aperte, con le esperienze vissute negli anni e la professione che svolgiamo.

Provate a chiedervi: “Quanto sono importanti per me le regole e il loro trasferimento ai figli per un’educazione sana e responsabile? Da 0 a 10, che importanza do a questo tema?” Io 11, forse.

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Se voi invece avete dei dubbi sulla necessità delle Regole e soprattutto su ciò che la mancata educazione alle regole comporta, andate a confrontarvi, serenamente e umilmente, sui comportamenti documentati dall’osservatorio quotidiano delle educatrici delle Scuole dell’Infanzia, degli insegnanti delle Scuole Primarie e Secondarie, di chi è deputato a mantenere l’Ordine Pubblico, o si sforza ogni giorno di far rispettare il Codice della Strada… avrete allora molti esempi delle conseguenze di una mancata trasmissione di regole sociali, dovuta a un fraintendimento: pensare che i figli (piccoli o grandi che siano) abbiano solo bisogni da soddisfare; anzi, che siano solo “agglomerati di bisogni”, e non serva loro, per crescere, anche una spina dorsale che li sostenga.

È un fraintendimento comune nella nostra società, in cui il “Codice Materno” ha sostituito il “Codice Paterno” nell’educazione dei figli. Mi spiego meglio: Codice Materno e Paterno non significano necessariamente “codice usato dalla mamma” e “codice usato dal papà”, indicano modi di essere. Modi di mettere in atto la relazione educativa, di amare i propri figli e operare perché diventino Cittadini del Mondo Autonomi, Responsabili e Agenti di Scelta per il bene di sé e degli altri. Le maiuscole non sono un errore ortografico.

family-webQuando uomini e donne educano i propri figli, scelgono di entrare in relazione con loro. Lo possono fare con l’ascolto, prestando attenzione alle emozioni, offrendo gesti di cura e protezione: chiamiamo questo Codice Materno, anche quando è il padre a utilizzarlo. A volte, invece, i genitori si centrano sull’azione. Si mettono in relazione con il figlio cercando di definire il problema, propongono un modello, incoraggiano l’autonomia, pongono limiti, regole e sostengono una direzione, nonostante il figlio batta i piedi. Chiamiamo questo Codice Paterno, anche quando è la madre ad attuarlo.

Ognuno di noi è naturalmente portato a relazionarsi prevalentemente con il Codice Materno o Paterno. Ma entrambi i Codici educativi hanno un valore essenziale, sono necessari. Entrambi contengono in sé una possibile deriva negativa, per eccesso o per difetto. L’assenza di cura e attenzioni è rischiosa quanto l’eccesso di cura e attenzioni. L’assenza di limiti, di autonomia, di direzione è rischiosa quanto un eccesso di regole, di prove di vita, di autonomie precoci, di costrizioni. L’educazione è questione di equilibrio, consapevolezza e scelta.

I Codici sono entrambi necessari, nella giusta misura e in misura diversa, a seconda dell’età del bambino: più è piccolo e più viene utilizzato il codice materno; ma quello che è opportuno con un neonato non lo è con un bambino di uno, cinque, dieci, quindici anni. L’utilizzo dei codici varia anche in base al numero dei figli: io ne ho tre. E non è la stessa cosa gestire una famiglia da tre persone o da cinque. Anche il numero ha il suo valore e il suo significato.

Ripeto: l’educazione è questione di equilibrio, consapevolezza e scelta.propositi-2012-equilibrio-152333_L

Basta guardasi intorno per capire che nella nostra società questo equilibrio è alquanto precario, ed è il Codice Materno ad aver preso il sopravvento: tornate alla mail di Silvia, quando scrive che “essere una minoranza (anche educativa) è sempre scomodo”.

Le Regole sono scomode per chi non le rispetta, per chi non accetta di mettersi sulla strada della riflessione, di un possibile cambiamento, perché comporta fatica.

E comporta fatica – la fatica educativa – anche quando le poniamo come genitori!

Anche Amare è “fatica”. Perché devi sempre chiederti cos’è il “bene” per l’altro e per te, e poi scegliere.

Scegliere anche di andare contro corrente.

Scegliere anche di creare una frustrazione a un figlio perché lui quel “bene” non ce l’ha ancora chiaro. Infatti gli adulti siamo noi, la “Comunità Educante” siamo noi.

L’Amore “accomodante” non risolve tutti i problemi della vita; l’Amore accondiscendente, sempre e comunque, fa danni. L’Amore è “pieno” quando è Responsabile. E permette all’altro di crescere.

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