Blue whale, Hacker Pedofili, Medicinali Assassini… che fare?

di Gregorio Ceccone, educatore e formatore Kaloi

Arriva la notizia SHOCK che TERRORIZZA tutti!

Metabolismo lento? Scopri come perdere 2 taglie in 2 settimane!

Il bimbo inizia a respirare malissimo, poi arrivano i dottori: quello che scoprono è SCONVOLGENTE!

In questo articolo troverete la soluzione a TUTTI questi problemi!

 

Se cercate informazioni e notizie online o sui social media, sicuramente questi titoli vi suoneranno familiari. Ora che chiunque può pubblicare informazioni on-line semplicemente tramite smartphone, tablet o computer, sta diventando sempre più difficile riconoscere un’informazione fasulla da una veritiera. In un mondo in cui miliardi di persone utilizzano i social network e comunicano online diventano fondamentali le competenze per decodificare ciò che leggiamo o vediamo. Imparare e sviluppare queste capacità è importante sia per gli adulti che per i più giovani: tutti veniamo influenzati da quanto riportano i media, che siano tradizionali (televisione, radio e stampa) o nuovi (comunicazione on-line).

Ma perché nasce una notizia falsa?

Inizialmente le fake news si diffondevano in siti che guadagnavano in base al numero di click che riuscivano ad ottenere. Per suscitare un maggiore interesse di pubblico, utilizzavano la tecnica di pubblicare titoli dai toni esageratamente pomposi e con informazioni spesso fasulle, generando così nei loro siti un flusso di ingenui curiosi. La stessa dinamica avveniva per i troll on-line; nel gergo di internet e in particolare delle comunità virtuali, si tratta di un soggetto che interagisce con gli altri tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi. Questi soggetti creavano delle pagine che generavano l’indignazione dei navigatori, caduti nella trappola del troll. Cliccando, insultando, generano traffico e monetizzazione per il possessore del sito che successivamente può rivendere lo spazio cambiando identità al sito. La stessa dinamica avviene nell’epoca dei social media in cui vengono create delle pagine Facebook, Instagram, Twitter contenenti notizie fasulle o troll. Queste pagine traggono vantaggio dal sensazionalismo delle loro notizie e dal flusso costante di persone.

Grisù il cane che ha difeso la sua famiglia da una rapina ad opera di nordafricani sarà abbattuto per ordine del giudice…vero o falso?

La maggior parte dei bambini e degli adolescenti cercano informazioni sui social, quindi dovrebbero imparare a leggere le informazioni in modo critico: è un’abilità da imparare!

Anche i bambini possono cominciare a riflettere su alcuni punti fondamentali di educazione ai media. Sarà compito dell’adulto essere da modello educativo ed aiutare i giovani ad essere pensatori critici rispetto agli input che ricevono dalla rete. Ecco alcune domande che sarebbe utile considerare ogni volta che voi e i vostri bambini incontrate un’informazione o uno spezzone tratto da qualche media:

  • Chi ha fatto questo – video, informazione, gioco, brano…?
  • Chi è il pubblico di riferimento?
  • Chi ha pagato per questo prodotto? Oppure, chi viene pagato se clicco su questa pagina?
  • Chi potrebbe beneficiare o essere danneggiato dal messaggio che viene trasmesso?
  • Cosa non tratta, o viene lasciato fuori da questo messaggio? Potrebbe essere importante?
  • Ti sembra credibile quanto siamo guardando/leggendo/ascoltando? Cosa ti fa pensare?

I ragazzi un po’ più grandicelli potrebbero essere interessati ad imparare alcuni “trucchi del mestiere” per individuare le notizie false. Provate a chiedere loro come riconoscono un’informazione falsa on-line o un sito non affidabile. Potete, per esempio, condividere con loro questi semplici suggerimenti:

  • Nel sito che stai visitando cerca se sono presenti URL o nomi di siti insoliti: spesso appaiono come legittimi siti di notizie, ma non lo sono. Ecco qualche esempio: Gazzette, Corriere del Corsaro, Il Matto quotidiano… (una lista più esaustiva la trovi qui: http://www.bufale.net/home/the-black-list-la-lista-nera-del-web)
  • Cerca segni di scarsa qualità della notizia o dell’articolo come: titoli con refusi o errori grammaticali, affermazioni “forti” senza che siano citate le fonti, immagini sensazionalistiche (donne sexy e immagini molto forti o violente sono popolari sui falsi siti di notizie). Questi sono indizi che devono renderti scettico riguardo alla notizia.
  • Controlla la sezione “Su di noi” di un sito. Scopri chi supporta il sito o chi è associato ad esso. Se queste informazioni non esistono – e se il sito richiede di registrarsi prima di poter imparare qualcosa sui suoi sostenitori – bisogna chiedersi perché non siano trasparenti.
  • Controlla su Google, Wikipedia, Butac, Snopes prima di fidarti o condividere le notizie che sembrano troppo buone (o cattive) per essere vere.
  • Controlla le tue emozioni. Siti di fake news e clickbait cercano le reazioni “estreme” dello spettatore. Se le notizie che stai leggendo ti hanno fatto veramente arrabbiare o sei completamente d’accordo su quanto riportato può essere un segnale che stai cadendo nella trappola del clickbait o del commento impulsivo. Controlla sempre più fonti prima di fidarti.

In questi anni la scuola sta promuovendo diverse azioni educative per lo sviluppo di competenze mediali per gli studenti. Questo è sicuramente un contributo molto importante all’interno di tutta la complessa questione educativa al digitale. Ma lasciato solo può fare molto poco. È importante che noi adulti siamo i primi a mettere in pratica le indicazioni qui sopra riportate per cercare di non essere portatori di una viralità dannosa di informazioni fasulle.

Sea Hero Quest: quando giocare con un videogioco diventa una “buona azione”

di Gregorio Ceccone, educatore e formatore Kaloi

Videogiochi e digital storytelling per il cambiamento sociale

Da alcuni anni, diversi videogiochi stanno avendo un forte peso su tematiche sociali, possibilità educative e, come in questo caso, ricerca scientifica. Il pionieristico progetto di cui vi parlerò in questo articolo sta costruendo il più grande database mai esistito sulla “memoria spaziale”, e aiutando la ricerca a capire come il nostro cervello “naviga” nello spazio. La nostra “buona azione” sarà semplicemente quella di giocare on-line a questo titolo, mentre i dati relativi ai nostri risultati e prestazioni verranno man mano inviati ad un database composto da informazioni fornite da milioni di altri utenti come noi.

Sea Hero Quest è un gioco gratuito per smartphone e tablet che racconta, a grandi linee, una vicenda che ha come protagonisti un padre e un figlio. L’antefatto riguarda le esplorazioni oceaniche che i due hanno fatto in passato, catalogando moltissime specie animali in un album da disegno e vivendo in pieno una vita in mare aperto. Gli anni passano ed il padre, ormai anziano, non ricorda più nulla: toccherà al figlio fargli riportare a galla i ricordi, rivivendo assieme quelle stesse emozioni. Tutto questo viene narrato in un breve video in computer grafica, ottimo esempio di storytelling emotivo, in grado di motivarci a scaricare l’applicazione e a contribuire, divertendoci, alla ricerca.

Il gioco fondamentalmente sfida l’utente su due aspetti: l’orientamento e la memoria. Gli utenti sono invitati a governare una barca attraverso un paesaggio artico o tropicale mentre in altre fasi del gioco vengono sfidati a sparare razzi e catturare immagini di creature lungo il percorso. Per passare ai livelli successivi è fondamentale ricordarsi i tragitti percorsi, le mappe o quanto visto durante le  “navigazioni”. Quindi per riuscire a superare i livelli sarà fondamentale sfruttare le nostre capacità di memoria spaziale e procedurale.  

Il videogioco, secondo gli sviluppatori della University College of London, University of East Anglia, Alzheimer’s Research UK e Glitchers, permette ai giocatori in appena due minuti di fornire l’equivalente di cinque ore di dati di ricerca di laboratorio.

Dati che saranno utilizzati per una tra le più importanti ricerche sulla demenza senile.

La demenza senile non è una malattia specifica, ma un termine usato per descrivere una vasta gamma di sintomi, come una diminuzione della capacità di memoria. Può anche includere perdita di attenzione, percezione visiva, ragionamento e giudizio.

Gli sviluppatori sostengono che i dati raccolti potrebbero “portare allo sviluppo di nuovi strumenti diagnostici e trattamenti per la demenza.” La perdita di capacità di navigazione è uno dei primi sintomi di demenza.

Dire che i risultati sono stati superiori alle aspettative sarebbe un eufemismo: quando l’app è arrivata sugli store a maggio del 2016, l’obiettivo era quello di raggiungere i 100.000 giocatori entro la fine dell’anno. La quota raggiunta è stata invece di 2,4 milioni: questo ha permesso di ottenere l’equivalente di 9.400 anni di ricerca in laboratorio in appena 6 mesi.

Questo è ad oggi l’unico studio del suo tipo, su questa scala“, spiega Hugo Spiers dello University College London, che ha presentato i risultati preliminari alla conferenza Neuroscience 2016 conference di San Diego. “La sua accuratezza supera di molto quella di tutte le precedenti ricerche in questo campo. I risultati che il gioco sta portando hanno un enorme potenziale nel supporto di sviluppi vitali nella ricerca sulla demenza”.

Sea Hero Quest è un ottimo esempio di come un prodotto valido e un racconto digitale efficace sappiano coinvolgere diversi tipi di pubblico. I risultati raggiunti finora non sarebbero sicuramente stati così corposi se all’interno di questo progetto non fossero state coinvolte delle figure molto capaci nel piano della comunicazione. Il progetto è un esempio virtuoso di digital storytelling transmediale e di social media marketing etico, strumenti fondamentali per la buona riuscita del progetto. I racconti digitali di questa tipologia sono da anni diffusi nel marketing tradizionale con risultati molto interessanti.

Suggerisco la visione del video introduttivo e del sito dedicato al gioco (http://www.seaheroquest.com/it/) per capire di cosa sto parlando.

 

 

Finalmente anche nel mondo del sociale, dell’educazione e della ricerca si sta sviluppando un sempre maggiore interesse verso forme di comunicazione che sappiano raggiungere sia la “testa” che la “pancia” del pubblico.

Alleanza educativa Scuola/Famiglia: è possibile?

di Manuela Zorzi, psicologa, counsellor e formatrice Kaloi

Scuola_famigliaNel corso di quest’anno ho avuto l’opportunità di conoscere più da vicino una scuola dell’infanzia (in cui ho lavorato per la prima volta da insegnante), e un bellissimo gruppo di docenti di scuola dell’infanzia e primaria grazie al progetto “Alleanza educativa tra scuola e famiglia”, che sono stata invitata a condurre.

In entrambi i casi il tema dell’alleanza educativa ha stimolato in me e nei miei colleghi numerose riflessioni, che desidero condividere con chi come me si occupa di educazione ma anche di benessere e salute della persona e della comunità.

La scuola in cui ho condotto il progetto per insegnanti e genitori di scuola dell’infanzia e primaria mi ha contattata perché ha sentito l’esigenza di migliorare la comunicazione e la relazione con le famiglie in seguito ad episodi di lamentela e sfiducia, espressi anche con aggressività verbale, ai danni di alcuni insegnanti e della direzione, che hanno profondamente amareggiato chi li ha subiti ed hanno fatto pensare ad una messa in discussione del ruolo dell’insegnante e dell’istituzione scolastica in generale.

A partire da un’esperienza emotiva connotata da sconforto e senso di impotenza, quindi, la scuola si è interrogata su come recuperare in modo positivo e proficuo una relazione con le famiglie, che in parte era compromessa, in parte tuttavia rimaneva saldamente ancorata al reciproco interesse per il bene del bambino.

Abbiamo deciso di cambiare prospettiva, di uscire dalla discussione attorno agli episodi spiacevoli, alle colpe o alle assoluzioni, ai protagonisti “buoni” e “cattivi”, e di tornare a porre al centro dell’attenzione il bambino, con i suoi bisogni e le sue necessità. L’abbiamo fatto seguendo una logica non spontanea, evidentemente, ma necessaria e intenzionale: andare oltre i singoli bisogni individuali e rammentare che il bambino, oltre alle sue esigenze prettamente soggettive, necessita di soddisfare bisogni educativi importanti:

– quello di alleanza e collaborazione tra chi si occupa della sua crescita e del suo apprendimento;

– quello di ricevere validi esempi di sana socializzazione e di vedere da più parti riconosciuto il valore del gruppo e della comunità, nonché delle regole che li reggono.

Come ottenere concretamente tutto questo?

Il lavoro per gli insegnanti è iniziato dalla consapevolezza di ciò che sentivano messo in discussione e delle emozioni collegate.

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Da lì si è ripartiti per ricostruire una solida identità valoriale ed educativa in quanto gruppo in grado di condividere e confrontarsi sull’esperienza lavorativa e allo stesso tempo di vivere quei medesimi valori all’interno del gruppo docenti, trasferendoli in atteggiamenti positivi.

Un successivo passaggio è stato utile: mettersi nell’ottica di comprendere il genitore, per ridurre la distanza e l’atteggiamento difensivo attraverso l’ascolto empatico e la comprensione di quelle apprensioni e preoccupazioni spesso giudicate esagerate e controproducenti, ma rivelatrici allo stesso tempo di un disagio tipico dei nostri tempi.

Accanto a tutto questo, è stato necessario predisporre un altrettanto solida struttura di regole e sanzioni, ispirata al modello ideato da Roberto Gilardi nel suo libro Genitori in regola e diffuso in tutta Italia dai formatori Kaloi.

Se da un lato quest’esperienza bella e feconda come formatrice in una scuola paritaria mi ha dato slancio ed entusiasmo, il lavoro di insegnante di scuola dell’infanzia all’interno della scuola pubblica mi ha messo a contatto con emergenze educative importanti, e mi ha ulteriormente sollecitato rispetto al tema dell’alleanza educativa e della necessità di un cambiamento culturale profondo.

Andare oltre la teoria per farsi modello di alleanza educativa, di dialogo costruttivo e di interesse verso l’altro.

Credo che il punto di partenza per tutte le professioni che si occupano di educazione sia quello di farsi carico della diffusione di conoscenze pedagogiche fruibili e spendibili dai genitori, finalizzate a creare consapevolezza in merito al ruolo educativo e a fornire strumenti per la conoscenza del bambino e dei suoi bisogni reali (e non di quelli presunti, nati dalla confusione valoriale culturale e sociale di oggi!)

I genitori, che oggi appaiono spesso fragili, vanno aiutati a sentirsi forti e solidi attraverso la costruzione con loro e il figlio di un rapporto basato su stima e fiducia.

images-3-copiaÈ necessario lavorare per costruire competenze educative che rendano solide le identità genitoriali, un lavoro psicopedagogico complesso ma di cui il mondo istituzionale, in primis la scuola, deve farsi carico: è necessario un impegno specifico nell’aiutare i genitori ad essere preparati a questo compito imprescindibile nel corso dei primi anni di vita dei loro figli, al fine di tradurre l’amore in pensieri e azioni educative che crescano bambini e adolescenti sicuri e autonomi.

Sono fermamente convinta che il benessere dell’individuo, sia bambino sia adulto, e della collettività di cui fa parte sia principalmente influenzato dalla qualità del legame di attaccamento instaurato con lui nel corso del primo anno di vita legame che si costituisce la “base sicura” per dirla con Bowlby per la costruzione di una personalità solida e fiduciosa, aspetto dato a tal punto per scontato da essere drammaticamente trascurato.

Come scrive Vittorino Andreoli in “Lettera ad un adolescente” il nostro comportamento è sempre ispirato dalle emozioni che proviamo. Concordo e mi associo nel dire che educare richiede amore, non solo verso il proprio figlio ma verso il bene e la felicità di ogni essere umano: solo così è possibile abbattere le resistenze di ruolo.

Creare una nuova alleanza educativa tra scuola e famiglia è un obiettivo complesso, non sono sufficienti alcune buone intuizioni; occorre una concreta traduzione nella pratica educativa quotidiana di tutte quelle azioni volte a favorire il reale sviluppo armonico dei bambini, a partire dalla conoscenza del bambino e dalla capacità di adulti e istituzioni di riconoscerne realmente la centralità.

 

La prevenzione dei femminicidi: cosa deve sapere, saper fare e saper dire un genitore?

A volte tematiche delicate come ‪#‎immigrazione‬, ‪#‎cyberbullismo‬, ‪#‎femminicidio‬ rischiano di diventare nutrimento per demagoghi o formatori improvvisati. Non è certo il caso di Alberto Pellai: “Cambiare un’attitudine culturale, ribaltare uno stereotipo di genere che contamina la cosa più bella della nostra vita (ovvero l’amore) con la cosa più brutta (ovvero la violenza e la morte) è compito e responsabilità di ciascuno di noi.”

La prevenzione dei femminicidi: cosa deve sapere, saper fare e saper dire un genitore?

Questo è un lungo messaggio rivolto alle mamme e ai papà. Ci vuole tempo per leggerlo. E per rifletterci su. Ma spero sia utile a noi genitori. E sia possibile leggerlo anche ai nostri figli, sia ragazzi che ragazze. Penso a questo messaggio da settimane, dopo aver letto le troppe storie di femminicidio che hanno riempito la cronaca nera. Penso davvero che, anche grazie alla mia professione, ai miei libri, alla mia pagina facebook, posso aiutare tutti, me compreso, a riflettere su questo tema. A confrontarsi tra generazioni. Perché le storie dei femminicidi sono tutte orribili, e tutte, purtroppo molto simili. Donne uccise da compagni che, nell’estremo tentativo di non farle andare via da una relazione, le rubano a qualsiasi altra relazione. Le rubano alla vita. C’è un problema enorme nel mondo dei maschi: è l’incapacità di trasformare le emozioni negative in parole che sanno chiedere aiuto, in gesti che rinunciano alla violenza. E’ l’incapacità di tollerare la frustrazione di sentirsi impotenti, all’interno di una comunità di maschi che ti chiede di essere sempre forte e virile. E’ l’incapacità di accettare che si può essere deboli, che ci si può sentire generinadeguati, che si può essere rifiutati. Come genitori abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli maschi a rispettare i “no” che si sentono dire, a comprendere qual è il confine tra negoziazione e prevaricazione, a lavorare sulla propria competenza, che spesso chiede di rinunciare alla dimensione della potenza. La virilità non è un attributo muscolare, non è un’azione violenta, non si afferma con un calcio, uno schiaffo, un pugno, uno spintone. La virilità che serve ai nostri figli è accettazione dei propri limiti, è la capacità di intuire ciò che in una relazione genera una sofferenza irrisolvibile. Tutti i dibattiti su questi temi sono frequentatissimi dalle donne. Ma penso che sarebbe ora che noi genitori accompagnassimo anche i nostri figli maschi a questo genere di incontri. Perché si rendano conto, perché sappiano cosa dire e cosa fare non solo quando sono coinvolti in una relazione di cui non riescono a “tenere le fila”, ma anche quando sentono che i loro amici, i loro colleghi maschi stanno perdendo la “bussola” che permette loro di rimanere orientati. Una delle notizie che ho trovato più sconvolgenti in queste settimane è quella relativa ad un femminicidio occorso circa un mese fa, quello di un uomo che – prima di uccidere la ex moglie – ha inviato decine di sms agli amici e alle persone che sentiva più vicine, scrivendo frasi come: “Deve morire e anche io devo morire. Non voglio andare in galera. L’aspetto in auto, l’accoltello alla gola e poi mi ammazzo”. L’uomo ha scritto numerosi SMS ad altri uomini ricevendone in risposta messaggi del tipo: “smettila di dire cazzate”, “lascia perdere”, “smetti di guardare su internet”, “non ti ucciderai, smetti di dire queste cose”.
Nessuno ha avvertito nelle frasi dell’uomo e nel suo delirio il rischio di vita per la sua ex moglie. Nessuno si è attivato per proteggerla, nessuno ha intuito l’importanza di aiutarla a mettersi in salvo. Penso che se questo genere di messaggi fosse stato scambiato tra donne, l’allarme sarebbe scattato immediatamente e forse la morte di due persone sarebbe stata prevenibile. Ecco, in questo fatto di cronaca nera così terribile, io vedo il silenzio educativo in cui sono lasciati moltissimi maschi. Per questo invito madri e padri a riempirlo questo silenzio educativo. Ad intervenire ogni volta che un figlio, fin da piccolo, usa la forza e le mani per risolvere un conflitto. A criticare ogni forma di violenza venga magnificata nei telefilm o nei videogiochi, di cui moltissimi ragazzi risultano “addicted” e all’interno dei quali le donne sono “bambole” del sesso da catturare e predare al fine di farci sesso, col semplice scopo di aumentare il proprio punteggio (vedi il popolarissimo Grand Theft Auto). C’è da fare. C’è molto da fare.
Parlo di tutto questo e di molto altro ancora nel mio libro “Bulli e pupe. Come i maschi possono cambiare. Come le ragazza possono cambiarli” (Feltrinelli ed.). Dedico un intero capitolo al tema del “rispetto del no” di chi ci sta di fronte. Un tema cruciale per noi maschi. Scrivo ai ragazzi e alle ragazze questo:
Feminicide__c__Eliana_Chauvet“Che cosa ci succede quando in Amore ci troviamo di fronte a una donna che ci dice no? Perché pensiamo che essere amati comporti che la donna al nostro fianco ci debba obbedienza assoluta? Nei femminicidi, il copione è quasi sempre lo stesso: un uomo che si sente dire “No” dalla propria compagna (o perché viene abbandonato, o perché viene tradito, o semplicemente perché è minacciato – all’interno di un conflitto – di essere lasciato) ricorre alla propria forza fisica e la aggredisce, fino a ucciderla, come estremo tentativo di ricondurla all’obbedienza. Perché un uomo non può accettare che una donna gli dica no.
Noi maschi dovremmo allenarci ad ascoltare e rispettare i no delle donne, delle ragazze e delle femmine con cui veniamo a contatto nel nostro percorso di vita. A partire dalle nostre mamme. Che a volte sono così stanche ed estenuate, che di fronte all’ennesima richiesta del loro figlioletto di fare questo o quello provano a dirgli: “Adesso basta, bambino mio. Non ce la faccio proprio più”. E quelle mamme che spesso si sentono in colpa perché provano per cinque minuti a non essere totalmente disponibili verso il loro piccolo cucciolo tiranno, dovrebbero invece sentire che lo stanno aiutando a imparare la fatica e la frustrazione di ascoltare un “no” che ha senso, un “no” col quale lui deve imparare ad empatizzare e sintonizzarsi. Perché più avanti, ci saranno i no di altre ragazze e donne che vorranno stare in relazione con lui, ma non vorranno adeguarsi al copione dell’obbedienza. Un copione che alle donne ha fatto molto male. E che spesso comincia con un “Non essere cattiva” detto ad una bambina che prova a rispondere no ad uno zio che vorrebbe un bacio mentre lei è intenta a leggere un libretto sul suo passeggino.
Noi maschi ne abbiamo davvero tanta di strada da fare in questo senso. E abbiamo bisogno di ragazze che ci aiutino a farla insieme a loro questa strada, che a volte ci sembra troppo complessa. O troppo in salita. Dovremmo imparare a discutere tra di noi, ragazzi e ragazze, ciò che una grande psicologa, Asha Phillips ha scritto a proposito del no, ovvero: “Un no non è necessariamente un rifiuto dell’altro o una prevaricazione, ma può invece dimostrare la fiducia nella sua forza e nelle sue capacità” e ancora “Dire no può essere estremamente liberatorio per entrambi i partner, perché incoraggia le differenze di idee e offre un’occasione di cambiamento”.
Cosa vuole dirci Asha Phillips? Secondo me una sola cosa: ovvero che alcuni no non significano disobbedienza, ma l’esatto contrario. Ovvero rispetto dell’altro. So che tu sei così intelligente da avere un sacro rispetto del mio no. Un no che non dico per offenderti o per rifiutarti, ma per far sì che tu, grazie al mio no, mi rispetti ancora di più. E nel tuo rispetto e col tuo rispetto, il mio no per te diventa un vero e proprio atto d’amore. Verso me stessa. E verso te che chiedi di amarmi.
6946504_1402187Mai pensato che questa frase potrebbe rappresentare la base per una grande storia d’amore? Mai creduto che la vera capacità di amare dipende dalla libertà che i due amati hanno di dirsi reciprocamente dei no?
Forse è da questi “no” pieni di rispetto che una ragazza può riconoscere chi tra noi maschi è un vero uomo. E anche un uomo vero. Nel senso più completo del termine”.

Se siete arrivati fino a qui e condividete il messaggio di questo post allora condividetelo con altri genitori, con altri adolescenti. Se siete docenti, stampatelo, mettetelo da parte e ricominciate il prossimo anno scolastico leggendolo insieme alle vostre classi. Cambiare un’attitudini culturale, ribaltare uno stereotipo di genere che contamina la cosa più bella della nostra vita (ovvero l’amore) con la cosa più brutta (ovvero la violenza e la morte) è compito e responsabilità di ciascuno di noi.

 

postato su Facebook, estratto del suo libro “Bulli e pupe. Come i maschi possono cambiare. Come le ragazze possono cambiarli”, Feltrinelli Ed., 2016

Social Media e Terrorismo. Pensare o Pregare?

Angela Biancat, Social Media e Community Manager

Gregorio Ceccone, educatore e formatore Kaloi

 

Sentimenti forti non possono che pervadere il nostro cuore in queste ore di paura. L’Europa non è più abituata a subire tali devastazioni e l’intelligenza collettiva on-line esprime come può dolore, sbigottimento e solidarietà.

In questi giorni tutti ci sentiamo allagati emotivamente da un flusso di stimoli e impulsi differenti: informazioni, video, chiacchiere, che provano a descrivere un sentire comune, fatto di paura e dolore.

E’ molto difficile controllare le nostre “pance” e rimanere critici verso le nostre azioni. Tutto può essere scritto e detto di getto. Istintivamente.

In questo momento delicato conviene fermarci, respirare e capire cosa stiamo provando, facendo e accettando.

Tornare a pensare prima di agire.

Riflettere, prima di accettare suggerimenti e manipolazioni. Stare attenti ai dettagli, a piccoli cambiamenti che sembrano inezie di fronte al male della guerra. Piccoli cambiamenti che “ci piovono addosso” e quasi non si notano, tanto sembrano banali. Piccoli cambiamenti come le impostazioni della privacy di Facebook, che vengono aggiornate senza alcun preavviso.

 

La goccia scava la roccia

Il 14 novembre, il giorno dopo gli attentati di Parigi, Facebook ha operato due manovre che a nostro avviso non devono passare inosservate.
Sappiamo che da quando possediamo uno smartphone la nostra concezione di privacy è cambiata. Ma ci teniamo ad evidenziare una piccola grande sfumatura tecnica accaduta in queste ore.

Diversi  amici (reali) nella nostra rete di contatti vivono a Parigi: Catherine, Ornella, Alberto, Joanna. Catherine e Joanna hanno pubblicato quasi subito loro notizie: rassicuravano coloro che chiedevano dove fossero e come stessero, attraverso l’utile strumento del SafetyCheck. Ornella e Alberto, invece, per parecchie ore dopo gli attentati non rispondevano ai messaggi, non comunicavano né su Facebook né su altri social network… Stavano semplicemente dormendo nelle loro case.

Dall’Italia eravamo preoccupati, controllando l’elenco presente nella nuova funzione abbiamo notato un avviso accanto al loro nome: “non è nella zona degli attentati, sta bene”. A distanza di ore è arrivata la conferma del SafetyCheck, attivata di loro pugno: “E’ stato confermato che Alberto e Ornella stanno bene durante Attacchi Terroristici a Parigi”.

La prima informazione, cioè il fatto che non fossero nella zona degli attentati, era reperibile su Facebook all’insaputa degli interessati.

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Facebook evolve ogni giorno, con modifiche a livello di programmazione di cui non sempre veniamo messi al corrente. Questa piccola modifica, avvenuta in un momento di emergenza, ci fa accettare un’opzione senza aver avuto il tempo e le energie per riflettere sulle sue conseguenze.

Chi ha il permesso di condividere pubblicamente la mia posizione ad un intero network  composto da un miliardo e mezzo di persone, anche se a fin di bene? Qual è il limite da non valicare?

Ci torna alla mente quanto successo nell’aprile 2010, quando Facebook inserì un cambiamento nella gestione della privacy degli utenti: le persone non erano più in contatto con gli “amici” soltanto all’interno dello spazio di Facebook, ma anche su siti web e applicazioni esterne. Di conseguenza, i nostri dati personali relativi comparivano su questi spazi. Facebook propose una politica dell’opt-out invece che dell’opt-in: anziché garantire la scelta di aderire o no ad un servizio o ad una nuova regolamentazione, ci ha obbligato a toglierci da una o dall’altra opzione. Un lento ma inesorabile declino del rispetto della privacy, di cui la maggior parte degli utenti non verrà mai a sapere. Molti altri, pur venendone a conoscenza, sceglieranno di non far nulla per proteggerla.

Pray for world?

A meno di 12 ore dalla strage viene data la possibilità di “colorare” con il tricolore francese la propria foto profilo.

Pochi giorni prima dei fatti di Parigi, un attentato a Beirut, di cui si è parlato molto poco nei Social network. Ad agosto in Thailandia. Ad aprile in Kenya. Perché (quasi) nessuno di noi ha cambiato la propria immagine profilo con la bandiera di questi paesi? Perché Facebook non ha suggerito questo cambiamento?

2Secondo noi, perché siamo tutti tasselli che vanno a costituire l’immagine e l’identità del Social Network. L’identità di un brand viene decisa a tavolino da amministratori e investitori, che decidono il pensiero di chi fa parte di questo sistema? In buona parte sì.

Non sarà un aggiornamento di stato a cambiare il mondo se a questo non seguirà un’azione pensata fuori dallo schermo. La pressione di un milione di partecipanti al gruppo Facebook e di un milione di email inviate al Primo Ministro può essere contenuta facilmente dai governi.

Dobbiamo riflettere su quali siano i nostri valori, e soprattutto su quali vogliamo trasmettere alle persone che ci circondano. Tra queste, ricordiamoci che ci sono le nuove generazioni, che guardano a noi come modello educativo sia nella nostra vita off-line che in quella on-line.

Come adulti dobbiamo essere in grado di gestire le nostre emozioni e contare almeno fino a 10 prima di accettare un cambiamento del contesto digitale che ci circonda; riflettere, perché siamo noi stessi parte del cambiamento, e con i nostri “mi piace” e le condivisioni contribuiamo ad influenzare l’opinione pubblica. Abbiamo una grande responsabilità e quindi un grande potere, da gestire con attenzione.

Ora, mentre stiamo scrivendo, un nuovo pulsante è comparso sopra la barra della chat di Facebook, un pulsante che ci permette di dare priorità ai nostri contatti in base alla loro geo-localizzazione. Un’altra opzione non richiesta. Un altro cambiamento che influirà nella quotidianità di milioni di persone. Accettare passivamente questi cambiamenti vuol dire accettare una visione del futuro.

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DOBBIAMO informarci, ed educare le giovani generazioni  ad informarsi su quanto accade loro. Ad utilizzare questi strumenti con consapevolezza, restituendo loro la possibilità di scegliere.

 

 

 

 

 

Angela Biancat Social Media e Community Manager, collabora come freelance con associazioni, enti e privati nella pianificazione delle strategie di comunicazione web dei loro progetti e nella gestione dei canali social.

Tiene corsi sul corretto utilizzo dei social media e sulla consapevolezza online, rivolti a lavoratori, giovani e over50, in enti di formazione delle province di Udine e Pordenone.

Gregorio Ceccone Formatore, educatore, curioso. Queste le tre parole per descrivere Gregorio. Educare ai Nuovi Media per lui significa promuovere un ambiente formativo sereno e svincolato dagli stereotipi e dalle paure per accompagnare i nuovi cittadini digitali.

Esperto nel settore dell’E-learning e della Media Education collabora diverse realtà educative e formative in molteplici campi: dalla scuola, alla strada, al web.

 

Aiutarsi con l’Auto Mutuo Aiuto. Noi, genitori di figli adolescenti

di Valeria Magri, counsellor e formatrice Kaloi

Il cerchio dell’auto mutuo aiuto prende avvio dalla sensazione di un fuoco che attanaglia tutti, per arrivare a gestire il fuoco e riscaldarsi con esso.   A. Devoto

famiglia in crisi

E’ un pomeriggio di ottobre, la scuola è iniziata da poco e i genitori del nostro gruppo di auto mutuo aiuto sono molto preoccupati. Si tratta di un gruppo di genitori di figli adolescenti che si trovano, a cadenza quindicinale, per parlare di problemi inerenti la relazione con i figli, per scambiarsi le esperienze e trarre un po’ di sollievo nella condivisione. Il gruppo si chiama “Adolescenza Insieme”. Ha avuto inizio un anno fa con il supporto di un esperto che si è progressivamente spostato sullo sfondo, lasciando il timone ai partecipanti. Perché, in realtà, da noi a Bologna, la concezione di gruppo di auto mutuo aiuto è che sia  formato da pari, senza un conduttore-esperto ma semplicemente con la presenza di un facilitatore che abbia una funzione organizzativa e di facilitazione della comunicazione.

images (2)In questo contesto tutti sono coinvolti, chiunque ha qualcosa da dire, di importante e significativo. Si parla di vita, di eventi, di esperienze, di vissuti, di disagi. E la cosa è facilitata dal clima relazionale che si cerca di rendere il più possibile accogliente e non giudicante. All’inizio può succedere che qualcuno abbia talmente voglia e bisogno di raccontarsi, che il gruppo stesso, cogliendo questa urgenza, gli offra quello spazio sufficientemente ampio che gli consente di esprimere il suo vissuto magari difficile e intenso, senza dimenticare però che, nella filosofia del mutuo aiuto, ognuno deve avere il proprio ambito di espressione. Occorre darsi quindi delle regole: prima di tutto, oltre che esprimersi, occorre saper ascoltare gli altri e poi parlare uno alla volta. Sembra facile, ma quando il bisogno di esprimersi di chi ti è seduto accanto è così forte ed anche tu vorresti intervenire e dire … dire … dire … ecco la difficoltà, e allora subentra il facilitatore il cui ruolo è quello di favorire una comunicazione tra i partecipanti possibilmente fluida e circolare, nel rispetto degli spazi di ognuno.

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