Colloquio genitori a scuola: scontro o possibilità di dialogo?

 

 

Insegno in una classe prima della scuola primaria e durante i colloqui con i genitori trovo difficile parlare dei comportamenti aggressivi tenuti dai loro figli in classe e con i compagni. Spesso i genitori sembrano non credere alle nostre parole e fanno fatica ad ammettere l’esistenza di questi comportamenti.Quale potrebbe essere il modo migliore per comunicare questi eventi e poter affrontare insieme le situazioni di “difficile convivenza” senza creare un blocco nella comunicazione?

Grazie! Alessandra

risponde Maria Nives Delise, insegnante, counsellor professionista, formatrice Kaloi

Cara Alessandra,

apprezzo molto la sua domanda poiché dimostra di essere un’insegnante sensibile a un delicato argomento: la ricerca di un dialogo costruttivo tra genitori ed insegnanti.

Nella mia lunga esperienza di insegnante e formatrice  le difficoltà che lei mi riferisce sono spesso presenti nella relazione tra docenti e genitori, che spesso sembrano sottovalutare le difficoltà comportamentali dei propri figli, soprattutto se piccoli.

Solo se si comprendono le motivazioni di questi genitori è possibile instaurare un clima collaborativo che permetta di affrontare insieme la situazione.

La motivazione di tale atteggiamento ha origine dal desiderio che i propri figli non debbano mai  soffrire, che siano sempre felici e “perfetti”, perché figli di genitori “perfetti”. Razionalmente, si sa, la perfezione non esiste, ma questo non impedisce che si attivino le sopracitate fantasie.

Quando un bambino nasce è per i suoi genitori e parenti il centro dell’universo, come il compianto Pino Daniele cantava: “Ogni scarrafone è bello a mamma soja”; il bambino più bello del mondo, ricco di ogni buona qualità sia fisica che intellettiva, e che conferma le capacità dei genitori.

Questo “sano narcisismo” è un fattore positivo nei primi anni di vita del bambino, in quanto è alla base della costruzione dell’autostima. Con il passare del tempo, però, i genitori devono essere sempre meno disponibili a concedere tutto ai figli, porre dei limiti, delle regole,  in modo da aiutarli a superare le inevitabili frustrazioni che incontreranno sul loro percorso di vita, facilitando così, a partire dalla scuola,  il  primo ingresso nella società dei  piccoli cittadini.

Ma arriviamo alla sua domanda: come parlare dei comportamenti aggressivi dei bambini in modo efficace, senza creare un blocco nella comunicazione con i genitori?

E’ naturale che una comunicazione del genere sia vissuta con dispiacere dai genitori, che spesso e volentieri attribuiscono perciò la causa di questi comportamenti alla scuola, ai compagni di classe, all’incapacità dell’insegnante di gestire la disciplina. Accettare che il proprio bambino ha dei problemi equivale ad ammettere di non essere bravi genitori. E quindi come fare?

La parola chiave è  “alleanza”, e per poterla creare bisogna costruire un rapporto di reciproca fiducia. Come?

Nell’immediato,  incontrerei i genitori di questi bambini in un contesto tranquillo e chiederei loro di parlare del loro bambino, di quali sono secondo loro le qualità e i punti critici, di come si comporta a casa o in ambienti extra scolastici, in modo da comprendere se anche loro hanno difficoltà a gestire la vivacità del bambino. Questo per far capire che l’insegnante non è lì per accusare o giudicare, ma che ha un autentico desiderio di comprendere il bambino e collaborare con la famiglia per lo stesso obiettivo educativo. A questo punto sarà quindi possibile costruire insieme le strategie più adatte a gestire i comportamenti problematici dell’alunno, delle regole condivise, in modo che il bambino sappia che gli adulti, genitori ed insegnanti, sono uniti dagli stessi valori educativi.

A livello preventivo, le consiglierei di proporre ai genitori, durante la prima assemblea di classe del prossimo anno scolastico, un progetto educativo condiviso sul modo e il senso di lavorare sulle regole, tarato proprio sulle problematiche comportamentali degli alunni della classe: proporre alcune regole, quelle che genitori ed insegnanti ritengono debbano essere maggiormente osservate dai  bambini,  da rispettare a casa e a scuola e da sanzionare, se trasgredite, in modo educativo più che punitivo.

Si potrebbe anche lavorare a livello di scuola, e non solo di classe, con progetti ad hoc per il Collegio dei Docenti come “Scuola in Regola” (per approfondire l’argomento, le consiglio di leggere i libri del dott. Gilardi “Insegnanti in Regola” e “Genitori in Regola”, editi da La Meridiana, e di rivolgersi ad uno dei formatori Kaloi presenti nella sua zona)

Aspettando il Natale

 Sono mamma di tre bimbi: Filippo di 10, Giovanna di 7 e Martina di 5 anni. Come ogni anno in questo periodo siamo tutti affaccendati a preparare gli addobbi in casa, oltre a dolci natalizi, piuttosto che le statuine del presepe. Filippo e Giovanna qualche giorno fa mi hanno detto che loro non vogliono credere in Babbo Natale e soprattutto si sono rifiutati di aiutarmi nei preparativi: preferiscono passare il loro tempo guardando la televisione o giocando col telefonino. Sono amareggiata e disorientata…cosa dovrei fare?

Daniela

risponde  Giacoma Di Marco, formatrice Kaloi

Gentile Daniela,

ci si sente disorientati quando cambia qualcosa in famiglia e l’entusiasmo condiviso di un tempo sembra prendere strade diverse.  Lei potrebbe accettare questo cambiamento o attivarsi per fare qualcosa di nuovo, diverso e provare a coinvolgere nuovamente i suoi bambini. In questo caso le suggerisco due momenti.

Osservare, ascoltare, parlare

10, 7, 5. Sono le età dei suoi figli. Filippo e Giovanna le hanno detto che “non vogliono credere” a Babbo Natale.  Non ho davanti a me i suoi bambini  ma è come se vedessi due musetti ombrosi. Sono delusi per una magia svanita? Chiedono di essere “trattati da grandi”? L’improvvisa e irrinunciabile passione per Tv e cellulare ha un tempismo curioso.

Provi a parlare con Filippo, in modo semplice.  Provi ad ascoltare come mai “non vuole credere”.  Forse vorrebbe essere coinvolto come fratello maggiore, più grande, come aiutante in campo di Babbo Natale.  Parli con Giovanna. A 7 anni, generalmente, si ha ancora “voglia di credere”.    Anni fa un bambino chiese come mai, per un suo compagno, erano i genitori a portare i regali . La madre rispose la verità: che Babbo Natale va da tutti i bambini che ci credono; quando i bambini decidono di non crederci più, i genitori portano i doni per lui.  Suo figlio scelse di credere un paio d’anni ancora.  Ascoltare i suoi figli è il punto di partenza per offrire loro un nuovo orizzonte di coinvolgimento, mistero, eccitazione che li faccia sentire protagonisti.

Coinvolgere con gioia e creatività

Gioia, creatività e partecipazione sono tre buoni ingredienti per coinvolgere i figli in attività da fare insieme.  Le propongo qualche idea (vecchia e nuova) e un modo per trovarne tante altre con i suoi bambini. Con un po’ di pensiero, l’attesa del Natale è anche occasione per trasmettere valori. Divertendo e divertendosi.

Il valore dell’attesa. Il calendario dell’avvento è un modo semplice per scandire il conto alla rovescia dell’attesa. Aprire la finestrella può essere un festoso rito familiare del buon risveglio.

Saper aspettare è un valore pedagogico da trasferire, da educare.  E’ il modo per godere appieno della soddisfazione di un desiderio o di un traguardo raggiunto con pazienza, impegno, costanza. Il tutto e subito è un piacere effimero che lascia insoddisfatti, presto annoiati e non allena la tenacia nel perseguire i propri obiettivi.

Scrivere insieme la lettera a Babbo Natale o a Gesù Bambino può essere un momento in cui il bambino viene aiutato a fare piccoli bilanci di buoni comportamenti, una sintesi di ciò che desidera e una minima, realizzabile dichiarazione di buoni intenti per il futuro.

Il mistero e la speranza vanno nutriti. La vita è mistero. L’arrivo di Gesù è il mistero dei misteri. Non è necessario essere credenti per cogliere che l’esistenza è avvolta da qualcosa di più grande. Siamo parte di un universo, c’è un infinito, un Oltre che resta insondabile ma percepito con stupore dall’animo umano. Il periodo natalizio avvicina grandi e piccini al senso del mistero, del magico. La notte. Le stelle illuminano case, alberi, strade. Quella visita durante il sonno: compaiono doni e scompaiono latte e biscotti (ne resta qualche briciola). Se accadesse tutti i giorni sarebbe una follia ma l’eccezionale evento annuale nutre parti importanti dell’anima. Il mistero genera stupore, meditazione, curiosità, immaginazione, intuizione, creatività, poesia. Non sono talenti riservati ai mistici, agli artisti  e ai letterati. Il pensiero scientifico contemporaneo valorizza queste capacità come fondamentali alla ricerca. Credenti e scettici, ad ognuno il suo perché.

Storie lette e narrate, film natalizi sono riti familiari per una ventata di magia e speranza. Qualche idea di film?  Il Grinch, A Christmas Carol, La Vita è meravigliosa, The Family Man, SOS Fantasmi, Il Miracolo della 34a strada, Nightmare before Christmas, Una storia di Natale, Elf…

Preparare e addobbare la casa sono gesti di cura e di accoglienza, come quando si aspetta un ospite importante. Lei potrebbe provare a rendere questo momento più coinvolgente e divertente per i suoi bambini. Può renderli protagonisti delle scelte per le decorazioni. Non sarà tutto esattamente come lei l’aveva immaginato ma l’avrete fatto insieme.

Potreste realizzare con la pasta di sale originali palline per l’albero, statuine per il presepe, porta candele o decorazioni per la tavola. Qui può trovare un semplice tutorial con la ricetta:

https://www.youtube.com/watch?v=Pr-q8s3AkpM

La mia collega Barbara Bravi che gestisce un servizio prima infanzia, ci segnala un link per decori natalizi da fare insieme ai piccoli artisti:

da un’idea di Immaginante – Laboratorio XMAS Design.

Materiali:  coperchi di plastica, stoffe bianche e rosse, immagini ritagliate da giornali e cataloghi, filo di lana, forbici, colla, ago di lana per foro . Facili da realizzare.

Cercate insieme altre idee su internet per realizzare addobbi o dolcetti natalizi!

Essere protagonisti, partecipare e giocare rende tutto più divertente e interessante. Non abbia scrupoli a dare qualche regola per l’uso della TV e del cellulare. Vedrà che le lamentele finiranno quando avranno le mani in pasta!

Buon Natale a tutti voi!

Era mio padre

di Paola Breseghello, counsellor, cultrice di scrittura autobiografica LUA, formatrice Kaloi

Papà sta morendo. Sono al suo fianco, lo osservo mentre riposa.  Ogni tanto si sveglia dal torpore di morfina, è infastidito dal ribollìo della vaschetta d’acqua per l’ossigeno, chiede di eliminare quel rumore. Papà, non ti sembra il suono delle bombole nelle nostre immersioni? Ricordi, papà?  Sembra di essere sott’acqua… Sorride e si addormenta. Sogna sereno, papà! Sogna il tuo mare…

Prendo carta e penna, vorrei fermare pensieri, emozioni, riflessioni. Sto frequentando la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, mi porterà a scrivere la storia della mia vita.

L’imprevisto e repentino aggravarsi di papà arriva lungo questo mio percorso. E’ stato come essere presa in una doppia spirale, una trivella che gira e scende in cerca di frammenti da ordinare, da ricomporre in una figura da guardare con occhi nuovi, adulti.

Era proprio vero?  Mia madre era stata un’eroica educatrice solitaria, mio padre dedito esclusivamente al lavoro e alle sue passioni? Così era tramandato nella nostra mitologia familiare. Ripercorro la strada, cerco di sgombrarla dagli intralci di aneddoti cristallizzati, dai rocciosi ricordi familiari, dalle letture preconfezionate da altri. Scrivo.

E’ notte, ho tre  anni. Sono in braccio a mamma, su quella sedia di fronte alla finestra.  Mi tiene una mano a coppa sull’orecchio che fa tanto male. Sento il suo tepore, mi fa bene. Mi parla e mi distrae.  Papà è fuori nella notte, in cerca di una Farmacia per me.    Messaggio: ci sono per te, mi prendo cura di te insieme a tua madre.  Per quanto stanco, a qualunque ora ci sarò.

E’ domenica a Milano.  Il piazzale sembra enorme, è circondato da alte mura.  Sono attaccata ai vestiti di mamma, i colpi esplodono ininterrottamente. Vedo schiene di uomini divisi da separé, sparano nella stessa direzione.  Uno di loro è il mio papà. Esegue ogni movimento rituale in silenziosa concentrazione. Guarda l’arma, la rigira tra le mani, la carica, tira su lentamente il braccio spostando le gambe così, punta immobile e spara, spara, spara.  Poi riposa e riprende. Più e più volte. E’ intenso, instancabile, attraente, potente, eroico.  Strizzo gli occhi a ogni  colpo di pistola.

Messaggio: sono maschio, sono padre, fatto il mio lavoro ho uno spazio per me, passioni nate prima di te e che ti racconterò, se vorrai. A volte non mi devi proprio disturbare, lo stesso farò con te.

E’ una notte di luglio a Guello, nella nostra casetta nel verde. Siamo tutti e cinque davanti a un televisore in bianco e nero, mi sembra enorme. Papà si agita sulla sedia, si mangiucchia le unghie, si alza e si risiede e continua a ripetere “Pazzesco! Incredibile! Ma vi rendete conto? E’ il sogno dell’umanità da sempre…”.  E’ eccitato, è commosso, non l’ho mai visto così e lo guardo incantata. Più della TV.  Sento attraverso lui che l’evento è straordinario. E’ papà il mio ricordo dello sbarco sulla luna.    Messaggio:  non smettere mai di stupirti, trasmetti il tuo pensiero e le emozioni senza nasconderle, fai vibrare la tua voce della passione che t’accende; solo così lascerai tracce indelebili. Questo è educare.

Sono adolescente e mamma mi racconta una storia di papà.  Un giorno si rende conto che qualcuno, in azienda, ruba dal suo portafogli lasciato nella giacca in ingresso. Progetta un allarme che suona nel suo ufficio appena qualcuno ne tocca le tasche. Pizzica il ladro con le mani nel sacco: un suo dipendente.  Lo licenzia?  No. Lo invita nel suo ufficio e gli chiede come mai lo facesse. Saputo delle sue difficoltà, gli aumenta lo stipendio. Diventerà uno dei suoi collaboratori più importanti. Di queste e altre azioni di aiuto a persone in difficoltà non parlava mai. Se gli chiedevi, si  scherniva borbottando.    Messaggio: ascolta le persone, figlia mia, dai sempre una seconda opportunità. Soprattutto quando hai potere cerca di essere indulgente e dai spazio e azione a quella fratellanza che ci unisce.  Senza tanti discorsi, agisci! e fallo con modestia.

Sono in cucina a fare i compiti, mamma è ai fornelli. Arriva papà, la abbraccia allegramente, la chiama “bagigia”, le palpa il fondoschiena, la bacia sul collo. Mamma finge di divincolarsi dicendo “cosa fai?” ma io vedo che è felice, così lo sono anch’io.    Messaggio: ama con passione, gioia, gioco e allegria, figlia mia. Non avere paura della tenerezza e dell’intimità. Non essere imbarazzata dell’amore gioioso davanti ai tuoi figli. Questo è educare.

Siamo in gommone, papà timona a tutta birra con espressione goduta, guardandosi  intorno.  Quando vede qualcuno fermo in mezzo al mare fissa il suo sguardo.  Nel dubbio rallenta, inverte la rotta, si avvicina e chiede “tutto bene?”  Fa lo stesso sciando, quando vede persone a terra. Lo stesso per strada, con le automobili a cofano alzato. Quante soste, con lui!     Messaggio: non siamo soli, figlia mia. Ci si aiuta e non si abbandonano le persone in difficoltà. Se puoi fare qualcosa, se sai fare qualcosa, mettiti a disposizione. Siamo tutti fratelli.

E’ capodanno a Moena, all’Hotel Leonardo.  Come ogni anno il rito si ripete piacevolmente sempre uguale.  Dopo i canti alpini sotto l’albero di Natale, ecco l’ultimo dell’anno. Le bottiglie di Ferrari in mano agli uomini, le esplosioni vivaci dei tappi a mezzanotte, i baci, gli evviva e i tavoli spostati sul fondo della sala.  Musica. Come sempre, è papà ad aprire le danze, il primo valzer con la signora Paola. Poi fa ballare le altre signore, per tutta la notte.     Messaggio: amo la vita, la gioia, la musica, il canto, la spensieratezza, la natura, i valori della montagna.  Amo stare con la gente, con persone care in luoghi cari, ridere, danzare. Ama tutto questo anche tu.

Ho preso la patente da pochi giorni e papà mi porta in garage. Mi insegna a cambiare una gomma bucata (mi raccomando! stringere a stella!); mi parla del livello dell’olio, del bollo, dell’assicurazione, del libretto, della constatazione amichevole, degli indicatori da tenere sotto osservazione. Mi dice “comprare un’auto è niente, i conti si fanno sul mantenimento…”. Mi sento grande, responsabile, importante, libera…    Messaggio:  ti dono ali forti rendendoti autonoma, ti insegno a saper fare da sola, mi fido di te, ce la puoi fare. Lascia perdere questa faccenda delle “cose da maschi”, è una stupidaggine.

E’ un periodo di crisi economica, uno dei tanti in Italia.  Papà è alterato, non ricordo perché. Forse fatture non pagate o nuove tasse.  A un certo punto esclama “Non ho paura, neanche del peggio! Ho avuto nulla, ho avuto molto, posso tornare al nulla! Basta che mi lascino un cacciavite e io ricomincio tutto da capo!”.   Messaggio:  la forza sei tu, figlia mia, quello che sei e sai.  Resisti e non avere paura. Puoi sempre ricominciare. Anche se perdi tutto, non perderai te stessa. Qualcosa succederà.

La storia che pensavo di conoscere è stata ri-scritta.  Una storia di valori e di educazione. Pochi dialoghi,  pochi discorsi (lasciati a mia madre). Era mio padre.

Un talento in crisi

Mio figlio Lorenzo di 15 anni gioca a calcio, è portiere in una squadra locale e tutti noi, allenatori e dirigenti compresi, crediamo possa avere un futuro in questo ruolo. Da qualche mese, però, lui non vuole più andare al campo, inventa scuse di ogni tipo per non allenarsi e anche in partita fa errori che prima non faceva. Cosa devo fare? Non voglio che abbandoni e rinunci a questa grande opportunità. Lui ha un grande talento.

Giovanna

risponde Lucilla Rizzini, life-career & sport coach

Cara Giovanna,

nella sua lunga lettera mi dice che Lorenzo ha iniziato ad allenarsi a 5 anni quando, vedendolo giocare con gli amichetti, avete intuito in lui la stoffa del portiere. Ha mani grandi, è naturalmente abile negli scatti, sa pre-vedere dove andrà la palla, molto raramente sbaglia. Mantiene la rete inviolata e porta la squadra alla vittoria. Negli ultimi dieci anni ha allenato la forza fisica con una gioiosa ed entusiastica pratica quotidiana.

Sembra che Lorenzo sia dotato di un talento. Allenatori e dirigenti confermano la vostra intuizione.

Presso gli antichi popoli del Mediterraneo il talento era un’unità di misura di peso (circa 35 chili) e di denaro, metallo prezioso pesato.  Un talento d’oro o d’argento era una ricchezza importante che gravava di responsabilità chi la possedeva. Nella
parabola del Vangelo viene premiato chi ha utilizzato i talenti di denaro ricevuti in custodia, facendoli fruttare. Viene criticato chi  li ha sotterrati, per non correre rischi.

Il talento sportivo (qualunque talento) è una dote innata. Se ne è provvisti in modo naturale, se non c’è non si può imparare. E’ un nostro punto di forza che viene riconosciuto dall’esterno, qualcosa di più profondo di una capacità, una parte di sé più radicale della passione.  E’ un valore che non dovrebbe essere disperso ma fatto gemmare e fruttare.

E’ meraviglioso poter individuare nell’infanzia la capacità, il talento che contraddistingue i propri figli. Per un ragazzo, però, può essere una responsabilità gravosa perché non ha gli strumenti per gestire questa dote, per incanalarla lungo la strada che tracci il suo destino di persona adulta.  Lorenzo sarà un eccellente giocatore amatoriale o un campione? Il calcio sarà la sua professione, la sua realizzazione?  Il ruolo degli adulti nei confronti dei giovani talentuosi è fondamentale, delicato e complesso.

Lorenzo è anche dotato di vocazione. Ha sempre giocato, sino a qualche mese fa, con passione, affrontando di slancio gli impegni sportivi. Con entusiasmo, ispirazione, costanza e divertimento.

Talento e vocazione: la stoffa del campione.

Ed ora che succede? Lorenzo è in crisi, “inventa scuse di ogni tipo”, “fa errori mai fatti prima”, “non vuole più andare  al campo per gli allenamenti”. E’ de-motivato. Né il successo, né la prospettiva di fama (e guadagni) sportivi, né la gioia di giocare con amici sembrano muoverlo più verso il campo da calcio. Verso quegli impegni e fatiche che ha affrontato, con gioia, per tanti anni.

Come atleta e coach sportivo so che i momenti di crisi come quelli di Lorenzo hanno una loro storia, possono avere significati diversi ed esiti opposti. A volte sono occasione per ritrovare radici forti, per proseguire con maggiore determinazione, affrontando le fatiche e le difficoltà richieste dall’impegno sportivo; a volte, al contrario, sono opportunità per riconoscere di appartenere ad altro,  per ridefinirsi e orientarsi verso una propria direzione più autentica. Sono momenti di vita difficili da affrontare nella solitudine del proprio disorientamento, spesso emozionalmente ambivalente (desiderio e rifiuto, amore e odio). Richiedono un affiancamento, un accompagnamento.

Lorenzo ha 15 anni, non è un adulto. A maggior ragione ha bisogno di qualcuno che sappia esserci, nella giusta misura.  Sarebbe triste che Lorenzo proseguisse, a tutti i costi, “per fare contenti i genitori” (gli allenatori); sarebbe, d’altronde, un vero peccato che abbandonasse un’attività appassionante per una crisi che potrebbe avere “solo” bisogno di ascolto, sostegno e incoraggiamento per essere superata.  Lorenzo ha bisogno di una guida, un mentore che illumini il buio del suo disorientamento. Forse potreste essere voi genitori, forse no. Dipende dalla storia della vostra relazione, che non conosco. Da come vi porrete con lui. Dipende dal fatto che, in ogni caso, è difficile vedersi chiaramente di fronte ai genitori: anche il figlio più “difficile” vorrebbe accontentare e rendere orgogliosi mamma e papà. Non deluderli.

Voi genitori potreste provare a porre a Lorenzo (con cuore aperto) due semplici domande: cosa ti rende felice, in questo momento? Cosa ti farebbe alzare, senza sforzo, alle 5 del mattino?

Questo aiuterà lui e voi a comprendere le sue priorità, in questo passaggio di vita. Gli stimoli legati alla passione, alla felicità sono quelli più interni, profondi, che guidano le nostre scelte.

Lorenzo parlerà del suo sport? Di una ragazza? Degli amici? E’ un adolescente, è bene ascoltarlo e accoglierlo. La parte più difficile viene dopo, se la risposta non fosse quella attesa.

Giovanna, lei potrebbe scoprire che Lorenzo ha ancora entusiasmo in quello che fa ma ha (solo) bisogno di allentare i ritmi, di dare spazio ad altre dimensioni di sé. Potrebbe scoprire che il passaggio alle superiori ha posto nuove sfide che Lorenzo vuole fronteggiare, distribuendo energie tra impegni diversi e importanti.

E’ meglio spingere, assecondare, imporsi o lasciar fare?  Una risposta buona per tutte le situazioni non c’è.  Potrebbe domandarsi, in tutta onestà: chi vuole che Lorenzo diventi un campione? Di chi è questo obiettivo? e orientare le sue scelte in base alla risposta. Accettando responsabilità, opportunità e rischi di ogni possibile scelta.

E’ naturale e giusto che siano i genitori a definire i sogni, gli obiettivi e i percorsi dei propri figli, quando sono piccoli. E’ altrettanto naturale e giusto trasferire nelle loro mani la capacità, la libertà e la responsabilità di definire e perseguire i propri sogni e progetti di vita adulta. E’ un processo lento e progressivo. Lorenzo non è più un bambino ma non è ancora adulto. Lei, Giovanna, ha molte direzioni possibili verso cui orientarsi.

Potrebbe scegliere di ripercorrere, in una chiacchierata con Lorenzo (magari di fronte ad un album di fotografie), la storia e i passaggi della sua passione sportiva; questa “ricostruzione” potrebbe aiutarlo a ricordare (riportare al cuore) i suoi valori, le sue motivazioni profonde. Potrebbe sostenere Lorenzo, incoraggiarlo a resistere, tenere duro, accettare la fatica e le rinunce, in funzione di una prospettiva che solo lei – come adulto – può intravedere. Al contrario, potrebbe sentire che è il momento di mollare. Lasciar fare, lasciare andare le cose e osservarne le evoluzioni, con fiducia. A volte è la scelta più saggia e lungimirante. Potrebbe scegliere di parlare con gli allenatori e affidare (soprattutto) a loro il compito di accompagnare Lorenzo in questa fase. Oppure potrebbe imporsi, se crede, accettando opportunità e rischi di questa scelta. Suo figlio, fra 20 anni, la ringrazierà? E’ possibile, come no. Potrebbe concordare, con Lorenzo, obiettivi intermedi: quest’anno mantieni l’impegno preso con tutta la squadra, poi faremo il punto.

Le ho indicato alcune direzioni, solo lei può scegliere: in quale si riconosce di più?

La ringrazio della condivisione e resto a disposizione dei vostri passi.

Buon cammino!

Educare all’ottimismo

di Manuela Zorzi, psicologa e formatrice Kaloi

Paola è una donna di 74 anni, è appena stata rapinata a Barcellona. Viaggia in auto da sola, ha già percorso 1200 Km. Ne mancano ancora 600 per arrivare a Torrevieja, dove passerà l’inverno. Costa meno l’affitto al caldo del riscaldamento al freddo. Le hanno bucato un pneumatico con cinque coltellate, rubato la borsa con soldi, documenti e iPad. Scossa e disorientata, riflette sul da farsi.

Paola sceglie. Sbriga le pratiche di polizia, monta il ruotino di scorta e riprende il viaggio. Il pneumatico di dimensioni ridotte non permette di superare una certa velocità. Paola macina i suoi ultimi 500 chilometri in lentezza. Descrive così la sua esperienza: “Sto benissimo! Ho avuto un’avventura nell’avventura del viaggio. In fondo è andata bene, non mi hanno fatto del male e avevo già fatto il pieno. Sbrigate le pratiche con la Guardia Civil,  sono ripartita. La Banca spedirà una nuova carta di credito. Costretta ad andare piano, ho potuto risparmiare benzina e  godermi i paesaggi lungo la strada. Ora sono di fronte al mare a Torrevieja con la mia amica. Che meraviglia!

Da un paio d’anni mi occupo di Psicologia Positiva, un approccio della psicologia che studia la felicità e il benessere. Messa a punto dallo psicologo americano Martin Seligman, la Psicologia Positiva propone di spostare l’attenzione sugli aspetti che rendono possibile la costruzione della felicità, piuttosto che concentrarsi unicamente sul porre rimedio al disagio.

Dopo ricerche trentennali, Seligman ha individuato e definito le caratteristiche del pessimista e dell’ottimista. Ognuno di noi interpreta la realtà e dà una sua lettura agli eventi che accadono. Seligman parla di “stile esplicativo”: il modo personale di spiegarsi le cose avvenute e di regolarsi di conseguenza.

Paola è una persona ottimista. E’ riuscita ad interpretare un’esperienza negativa come un incidente temporaneo, tutto sommato finito bene. Non si è lasciata travolgere, ha ripreso il suo viaggio e assaporato le opportunità accidentali (ho risparmiato benzina, ho potuto godere i paesaggi), non si è flagellata con sensi di colpa, ha riletto l’evento con leggerezza (ho avuto un’avventura nell’avventura del viaggio). Ha portato a termine il sogno di un lungo viaggio-avventura in autonomia, per raggiungere una persona cara e svernare al caldo. Paola si sente una persona felice, di fronte al mare con la sua amica, grazie a se stessa e al suo modo positivo di reagire alle esperienze negative.

Il nostro modo di interpretare gli eventi è in grado di influenzare i nostri sentimenti, le nostre scelte, la percezione del nostro grado di soddisfazione per la  vita e la percezione della nostra felicità.

Per questo gli psicologi della Psicologia Positiva si propongono di aiutare le persone ad utilizzare maggiormente il pensiero positivo in tutti gli ambiti dell’esistenza. Si può imparare a guardare le cose diversamente, per incrementare il proprio benessere psicologico e relazionale.

“La felicità non esiste in assenza di problemi, esiste nonostante i problemi”. S. Littelword

L’invito è quello di ribaltare la prospettiva e osservare la ricerca della felicità volgendo lo sguardo verso la realizzazione di se stessi e verso le proprie relazioni significative, anziché verso ciò che possiamo avere e ottenere dal mondo esterno. C’è una felicità piccola (edonica) che viene dal possedere cose materiali e dal godere di momenti di piacere. C’è una felicità grande (eudemonica), più profonda e radicata, che viene dal vivere una vita piena, compiuta, attiva, realizzata secondo le proprie attitudini, con relazioni umane profonde e significative.

Chi fonda la sua personale Teoria della Felicità sulla felicità piccola (edonica), la troverà fragile nei momenti di crisi e di difficoltà. Come chi, per dare tregua ad una vita che vede infelice e insoddisfacente, si concede una vacanza. Dieci giorni di piacere. Al rientro, è tutto come prima.

Chi fonda la sua personale Teoria della Felicità sulla felicità grande (eudemonica), la troverà forte e resistente alle fatiche e alle difficoltà della vita. Come la signora Paola.

La Psicologia Positiva ri-attiva le abilità e le risorse della persona per realizzare la propria vita in modo compiuto e soddisfacente, eudemonico. Ha applicazioni in ambito clinico, educativo, occupazionale e sociale. Il singolo individuo può essere aiutato a comprendere il proprio sguardo sul mondo, per modificare le modalità che non favoriscono il benessere. La coppia può imparare ad evitare gli autogol che fanno andare male le cose nel tempo; può capire quali siano le fondamenta di una relazione piena, soddisfacente e rispettosa. I genitori possono scoprire un nuovo modo per guardare le inevitabili fatiche e i sacrifici, riuscendo a godere – soprattutto – della gioia e della soddisfazione dell’avere figli. I ragazzi e i giovani possono trovare un modo per dare slancio alla loro vita e credere al futuro, reagendo ai messaggi negativi di sfiducia nei quali sono immersi, loro malgrado.

Possiamo tutti ritrovare il coraggio di vivere con amore, entusiasmo e ottimismo la nostra vita, scommettendo principalmente su noi stessi e su chi amiamo.

Ecco le 14 indicazioni fondamentali della felicità della Psicologia Positiva:

  1. Essere più attivi e tenersi occupati
  2. Passare più tempo socializzando
  3. Essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato.
  4. Organizzarsi meglio e pianificare le cose
  5. Smettere di preoccuparsi
  6. Ridimensionare le proprie aspettative e aspirazioni
  7. Sviluppare un pensiero ottimistico e positivo
  8. Essere orientati sul presente
  9. Curare sè stessi (corpo e psiche)
  10. Sviluppare una personalità socievole e aperta agli altri
  11. Essere sè stessi
  12. Eliminare sentimenti negativi e problemi
  13. Ricordarsi che le relazioni affettive sono la fonte principale di felicità
  14. Dare valore alla felicità. Se no come sarà possibile ottenerla

Il figlio che non vuole crescere

Giusi dimmi cosa devo fare con mio figlio! Non so più cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, le cose con lui non vanno bene per niente e sono molto preoccupata! Vorrei parlargli ma ho paura di dire cose sbagliate…

risponde Giusi Dossena, counsellor e formatrice Kaloi

Antonia esordisce così per raccontarmi di suo figlio Luca. Siamo due amiche in vacanza, sedute ai tavolini di un delizioso locale sulle rive del Douro, a Porto. Un paradiso. Mi guardo intorno assaporando i colori del cielo, le case dipinte della Ribeira, le barche storiche per il trasporto del vino, i ponti sul fiume, la gente spensierata intorno a noi. Antonia mi sorprende con le sue parole: Luca ha 34 anni, non è un bambino. E’ un uomo. Penso che il problema sia grave per distogliere la madre dallo spettacolo in cui siamo immerse. La invito a dire di più, a farmi capire. “Vorrei fargli una telefonata ma ho paura di dire cose sbagliate…” Mi metto meglio sulla sedia, c’è qualcosa che non torna.  Poco per volta conosco la loro storia.

Luca è un aitante giovane uomo, vive con la madre (insegnante) ed è iscritto fuori corso alla facoltà di medicina. Un paio di esami facoltativi gli precludono la strada a un terzo, più impegnativo. Da qualche anno è bloccato in una situazione di impasse.  Da un lato fatica a studiare, dall’altro non cerca lavoro (per evitare di togliere energie allo studio, dice).

Il ragazzo è un tipo sveglio, socievole. Fa jogging, frequenta  con costanza una palestra, è fiero del suo aspetto e sicuro di sé nell’esprimere le sue convinzioni. Eppure non ne viene fuori. Esce poco (per non essere economicamente di peso alla madre, dice). Frequenta pochi amici.

“L’anno scorso ha detto che si sarebbe (ri)messo a studiare, che era un peccato buttar via anni di studio e competenze acquisite, ma io vedo che non succede niente…” Antonia parla a ruota libera. Racconta la sua fatica di madre separata, l’impegno a crescere due figli lavorando e cercando di non chiedere troppo alla loro adolescenza.  Ricorda le sue corse senza sosta tra lavoro, casa, uffici, supermercato, luoghi dei figli da accompagnare. Ha fatto di tutto, pur di non ostacolare i loro impegni.

“Al limite chiedevo aiuto alla figlia più grande, uno spirito pratico. Ma al più piccolo no, meglio non disturbarlo, che già la mancanza del padre era un bel lavorìo interiore, per lui.”

Mancava poverino! ma è come l’avesse detto. Antonia ha avviluppato Luca in una spessa coltre di protezione.  A 34 anni non sa pagare le bollette, non sa richiedere il codice fiscale perduto, gira con la carta d’identità scaduta perché non sa dove siano gli uffici comunali.  Comunque – dice lui – che problema c’è?

Un Codice Materno smisurato, deteriore, ha protetto Luca dai piccoli contrattempi del vivere.

Ora Luca è in gabbia, in attesa che qualcosa accada. Qualcosa di liberatorio. Che sciolga quel nodo che lo blocca in una situazione sempre più vischiosa e complicata. Ormai non basta riprendere a studiare, è necessario tenersi aggiornati sui cambiamenti accademici, organizzarsi i tirocini in corsia, districarsi nella burocrazia degli ospedali o delle istituzioni sanitarie.

Ce la farà un giovane uomo che non sa compilare un bollettino postale?

Può essere grande la tentazione di allontanare gli impicci dai figli. Forte il desiderio di essere genitori utili (necessari, ancora meglio!) che contribuiscono alla realizzazione di un orizzonte dorato. Eppure questo orizzonte, per essere raggiunto, richiede piccole e grandi abilità (responsabilità) che si costruiscono nel tempo.  Facendo. Cominciando da piccoli, con le incombenze, i contrattempi e gli intralci quotidiani: la sveglia, la preparazione della cartella, la gestione delle proprie cose, l’organizzazione del tempo, le rinunce, la fatica, il coraggio di provarci, di sporcarsi le mani. Di riprovarci, quando va male.

Penso agli occhi increduli dei ragazzini stranieri appena arrivati a scuola, quando li spedisco a chiedere un libro in ‘bidelleria’. Penso con tenerezza e orgoglio a mio nipote che si lancia, a sei anni, nell’acquisto del pane contando le monetine in tasca, mentre io e sua madre lo guardiamo dalla vetrina.  Piccole cose? Grandi vittorie per bambini che si sperimentano in situazioni nuove, superando l’ansia gestibile che va affrontata, nella vita. I termini degli psicologi (autostima specifica, autoefficacia) si costruiscono così, passo dopo passo. Riconoscendo ai bambini il diritto di fare da soli quello che sono in grado di fare da soli. Aggiungendo autonomie, mano a mano che crescono. Accettando di diventare genitori sempre più invisibili. Come dice Roberto Gilardi in Ho un Sogno per mio Figlio, la vera arte del buon genitore è l’arte di diventare inutile. L’opera d’arte è un figlio autonomo, capace, sicuro, indipendente, agile nel mondo, responsabile.

Dai un pesce ad un uomo, lo sfamerai un giorno. Insegnagli a pescare, lo sfamerai una vita – Confucio

Cara Antonia, quel giorno a Porto ti sei sfogata. Mi hai raccontato di quando i tuoi figli erano piccoli, delle tue aspettative, dei sensi di colpa per il matrimonio finito. Abbiamo riflettuto su come la tua aspirazione all’autonomia e ad essere una buona madre abbiano sottratto spazio alla loro autonomia. Dolcemente e dolorosamente ti sei resa conto di avere avuto una parte nei risultati, tanto diversi da quelli che avresti voluto e per cui pensavi di avere lottato, sfibrando te stessa. Hai chiesto e ora? Hai chiesto aiuto. I consigli sono un terreno scivoloso. Difficili da dare e da ricevere ma non voglio sottrarmi. Ti dirò quello che credo, sceglierai quello che ritieni.

Credo che sia tempo di parlare con Luca. Da adulta ad adulto. Senza processi al passato o accuse umilianti. Ma neanche con tutta quella paura di dire cose sbagliate. Credo che sia tempo, semplicemente, di parlare francamente della realtà. Della vostra reciproca età, delle risorse economiche, delle prospettive. Dei passi necessari per terminare il percorso di studio oppure, in alternativa, dei passi necessari per cambiare strada. E’ ora di concordare un tempo.  Una scadenza precisa, ragionevole, concordata e definitiva. Puoi parlare a te stessa onestamente, chiederti Chi vuole la laurea in medicina? Chi vuole Peter Pan? e lasciare andare.

Puoi decidere fino a dove (e non oltre) vuoi arrivare. Puoi posizionarti con chiarezza e fermezza, sapendo che questo aiuterà entrambi. Luca avrà modo e tempo di pensarsi. Di orientarsi, scegliere. Farsi aiutare. Per uscire dal poco-nulla in cui è invischiato. E cominciare a volare.

Social media: dai rischi alle opportunità

di Gregorio Ceccone, educatore e formatore Kaloi

“Pensieri e azioni negativi producono risultati e condizioni negativi,così come pensieri e azioni positivi producono risultati e condizioni positivi.”Dalai Lama

 

“Volevo ringraziarla per avermi rassicurato, per avermi aiutato a capire che con le nuove tecnologie non ci sono solo pericoli e rischi ma anche delle opportunità. Se ne sentono tante… spesso si parla solamente dei lati negativi e a noi genitori aumenta la paura di essere inermi di fronte ad un mondo pieno di pericoli digitali…insomma grazie!”

Sono le parole che una mamma ha voluto condividere con me alla conclusione di una serata di formazione sul tema “figli e nuove tecnologie” ideato per genitori di bambini che frequentano la scuola dell’infanzia. Questo commento mi ha fatto molto riflettere sull’idea che noi formatori diamo a genitori ed adulti delle “nuove tecnologie”. Da bravi “migranti” digitali quali siamo (scrivo volutamente al participio presente in quanto credo che per molti di noi questo processo migratorio sia ancora in corso) abbiamo molte paure in relazione al nuovo “mondo digitale” in cui ci troviamo.Uno spazio in cui vediamo i nostri figli muoversi con molta velocità e destrezza mentre noi ci stiamo ancora orientando. Questa differente velocità ci preoccupa, perché fatichiamo a stare accanto ai nostri figli. Per compensare a questo, molti di noi (ma non tutti!) provano ad informarsi, provano a cercare delle mappe (a volte delle ricette magiche) che possano aiutarli a muoversi più in fretta e meglio. Se le mappe ci mostrano solamente burroni, giungle misteriose e luoghi pericolosi forse queste cartine che ci sono state consegnate, non solo non sono utili, ma possono essere anche dannose.

note2

Fate un esercizio. Prendete un foglio e una penna. Scrivete al centro del vostro foglio i termini “nuove tecnologie e figli”. Scrivete di getto i primi 10 termini che vi vengono in mente.

Fatto? Se i primi cinque termini che vi vengono in mente sono accezioni negative delle nuove tecnologie forse dovreste pensare di rivedere la mappa che avete acquisito rispetto al tema.

Sono sicuro che alcuni di questi termini spaventosi potrebbero essere pedofilia, cyber bullismo, isolamento, dipendenza, truffe…

Sfruttando una tendenza dei media tradizionali, nel parlare delle nuove tecnologie frequentemente si citano fatti di cronaca che le vedono coprotagoniste in eventi tristi e dolorosi. Fortunatamente essere on-line non ha solo accezioni negative.

In realtà la rete si è configurata in questi ultimi 10 anni come uno specchio della nostra società. Uno specchio che riflette sia gli atteggiamenti positivi sia quelli negativi che possiamo ritrovare nella vita off-line di tutti i giorni. Come nel paese o nella città in cui viviamo, questi spazi possono essere dedicati a giovani, dedicati ad adulti o possono riguardare contesti che non bisognerebbe frequentare né da adulti né da giovani.

La sfida educativa che viene lasciata a noi migranti digitali per costruire una bussola efficace è molto stimolante: noi siamo quelli nati a cavallo tra due generazioni (ovvero la generazione dei Nativi Analogici e dei Nativi Digitali), quelli che hanno di fatto vissuto metà della loro vita off-line e l’altra metà on-line. Siamo quelli che oggi hanno più o meno 40 anni, che sanno benissimo che cos’era la vita prima del cellulare. E che hanno le idee chiare su quello che accade oggi nel mondo della tecnologia. Siamo la generazione, a mio modo di vedere, più fortunata: abbastanza maturi da avere vissuto il mondo off-line e abbastanza giovani per entrare e capire quello on-line.

Trovo questa sfida educativa a cui dobbiamo far fronte una sfida bellissima, abbiamo la possibilità di influenzare il futuro collaborando in tempo reale con i nostri figli essendo testimoni del nostro passato.
Se ci pensate bene non è nulla di nuovo rispetto a quello che hanno dovuto fare i nostri genitori e a loro tempo i nostri nonni. Solo è cambiato il contesto. È cambiato il mondo attorno a noi. Far sì che questo sia un mondo bellissimo spetta in buona parte alla nostra visione.

Marco Zamperini, uno dei maggiori esperti di internet in italia e pionere del web, scrive: “Impariamo anche noi le cose facendo. Basta con questa cosa del non ho tempo! Fate come i vostri figli: siate curiosi, usate i social media, sperimentate, immergetevi! E’ l’unica maniera per comprenderli.”

Quindi non abbiate paura. Sedetevi, rilassatevi, esplorate e godetevi il mondo online. Anche insieme ai vostri figli. Potrebbe stupirvi.

Ecco a voi qualche stimolo:

Computer per un figlio. Giocare, apprendere, creare.  Antinucci F. (2001), Laterza

Antinucci riesce a smontare molti luoghi comuni sull’uso delle nuove tecnologie e a persuaderci con entusiasmo e convinzione che il computer è meglio della Tv (Il Manifesto).
Se siete genitori alle prese con figli di circa dieci anni avrete un manualetto per dissipare tutti i dubbi sulla domanda, da un milione di dollari, se il computer fa bene o male ai piccoli (il Mattino).
Un libro semplice che, attraverso un dialogo, spiega come cambiano i criteri di apprendimento e il modo di pensare la realtà (Famiglia Cristiana).

Internet ci rende stupidi? Carr N. (2011), Raffaello Cortina Editore

La rete rende più rapido il lavoro e più stimolante il tempo libero ma, mentre usiamo a piene mani i suoi vantaggi, stiamo forse sacrificando la nostra capacità di pensare in modo approfondito? Abituati a scorrere freneticamente dati tratti dalle fonti più disparate, siamo diventati tutti superficiali? Che ci piaccia o no, la rete ci sta riprogrammando a sua immagine e somiglianza, arrivando a plasmare la nostra stessa attività cerebrale. Con stile asciutto e incisivo, lontano sia dagli entusiasmi degli adepti del cyberspazio sia dai toni apocalittici dei profeti di sventura, Nicholas Carr ci invita a riflettere su come l’uso distratto di innumerevoli frammenti di informazione finisca per farci perdere la capacità di concentrazione e ragionamento.

Rischi e opportunità del WEB 3.0 e delle tecnologie che lo compongono

Bandiera R. (2014), Dario Flaccovio Editore

Non hai bisogno di capire come è stato compilato un algoritmo per godere di Google. Non sai come si disintegra l’atomo che genera l’energia con cui accendi la luce. Allo stesso modo non hai idea di come funzioni l’Intelligenza artificiale ma ti accorgi che alcuni e-commerce ti propongono prodotti che potrebbero piacerti perché, incredibilmente, conoscono i tuoi gusti.

Dobbiamo avere uno sguardo d’insieme per capire il tutto. Non uno sguardo dettagliato ma un volo pindarico dall’alto per intravedere i confini delle cose e poterle a nostro modo sfruttare. O almeno non averne paura. La paura è deflagrante, potente e cresce in un humus di ignoranza. Le cose cambiano a prescindere da te, da quello che pensi, da quello che sei e dalla tua volontà.

È bene sapere in che direzione sta cambiando il mondo, per non avere paura.

SINNOVA 2013 – Marco Zamperini – Social media marketing

https://www.youtube.com/watch?v=w4CFGyN_k7s

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Un caso di cyberbullismo, che fare?

Ciao Paola, sono un’alunna di terza media, ho partecipato al tuo corso sulla cittadinanza digitale e la sicurezza online, volevo chiederti un consiglio. Su Facebook ho ricevuto minacce e ingiurie che mi hanno spaventata molto, cosa devo fare? Ecco quello che mi hanno scritto *1(vedi in fondo all’articolo)

Giulia

risponde Paola Breseghello, counsellor, cultrice di scrittura autobiografica LUA, formatrice Kaloi 

Cara Giulia,

hai già fatto la prima cosa importante: chiedere consiglio e aiuto. Hai fatto anche un’altra cosa fondamentale: salvare e conservare la conversazione che mi hai girato.

Le parole che ti hanno scritto sono particolarmente violente, le minacce gravi*1. E’ comprensibile il tuo turbamento e lo spavento. Ti darò qualche consiglio pratico e qualche spunto di riflessione.

Ecco i consigli pratici:

1)      No panic.  Certe persone online, dietro uno schermo, esprimono rabbia e aggressività con toni e parole che non utilizzerebbero nella vita reale. La sparano grossa, non hanno alcuna intenzione di mettere in pratica le minacce espresse. Dichiarano di essere a conoscenza di informazioni: il 99% delle volte non è vero. La maggior parte delle volte è sufficiente ignorare questi conigli ruggenti e l’episodio finisce lì.

2) Salvare e Conservare. Salvare sempre l’intera conversazione, la mail, l’sms. Come hai fatto tu. Mai eliminare, anche se è normale avere voglia di cancellare cose brutte.  Se è un post fastidioso sulla tua bacheca (su facebook, ad esempio) dovrai nasconderlo dal diario senza eliminarlo.

Se sono chat che non possono essere salvate (giochi online), copia-incolla su  Word la conversazione.  Puoi anche eseguire una foto dello schermo con le parole o le immagini offensive (screenshot – tasti fn+stamp).

3) Non rispondere. Ignorare, per quanto difficile, le provocazioni. Mai rispondere a tono, mai supplicare di smettere. Chiudere la comunicazione, la chat, il social network, il PC, il cellulare… insomma, fai qualunque cosa ti aiuti a sospendere istantaneamente il collegamento con quella persona. Spesso la faccenda si chiude così e non si ripete.

4) Parlare con un adulto. La cosa migliore sarebbe parlare con i genitori. Se hai difficoltà con loro, guardati attorno. Troverai senz’altro un adulto senza riserve che sappia ascoltarti e darti supporto nella situazione: un insegnante, il Punto Ascolto Scolastico, un allenatore, un parente. Online potrai rivolgerti (oltre a professionisti come me) al Servizio Adolescenti di Telefono Azzurrohttp://www.azzurro.it/sostegno. Se la situazione è pesante per te, non accettare che un adulto liquidi la faccenda come “una ragazzata”. Cerca un adulto che, senza drammatizzare, sappia affrontare la situazione e ti aiuti a superarla.

5) Segnalare . Tutti i social network (dai giochi a Facebook) offrono la possibilità di “segnalare” ai gestori contenuti e persone offensive. Queste potranno essere individuate, ricevere ammonimenti o essere addirittura bannate (eliminate per sempre) dal sito. Per sapere come fare, digita su google “come segnalare offese e minacce su…” aggiungendo il nome del sito che ti interessa.

Questo link, ad esempio, ti insegna come fare su Facebook:

https://www.facebook.com/help/212722115425932

La segnalazione è uno strumento da usare responsabilmente, quando necessario. Se un’amica ti scrive “stupidina” una sola volta, non è proprio il caso di fare una segnalazione. La maggior parte delle volte è sufficiente parlare di persona, chiarirsi. La tua situazione, invece, va senz’altro segnalata.

6) Bloccare. Tutti i social network (giochi, Facebook, forum, blog, WhatsApp ecc.) e i servizi mail (yahoo, hotmail, gmail ecc.) offrono la possibilità di bloccare le persone indesiderate. Non riceverai più comunicazioni da parte di una persona bloccata e lei non potrà leggere nulla di tuo. Blocca immediatamente quel contatto che ti ha infastidito, umiliato, minacciato. Per sapere come fare, cerca su google “come bloccare un contatto su… ”.  Può sembrarti strano ma è successo anche a me: una persona mi stava disturbando su Facebook; dopo qualche invito a smettere, l’ho bloccata. Questa persona ha creato nuovi falsi profili per cercare di contattarmi nuovamente, come “amico di amici”.  Per questo, almeno fino a 17 anni, è meglio che tu abbia reti sociali unicamente con amici che conosci realmente.

7) Uscire. Una possibilità da considerare è quella di sospendere, chiudere, modificare il tuo profilo, l’indirizzo email, eventualmente anche la SIM. E’ una scelta estrema che ha qualche scomodità ma può essere presa in considerazione. In ogni caso, sostituire almeno la password e non condividerla mai con amici.

Ricordi il trucchetto creativo per una password sicura?  Qa10av@M è una password molto sicura e facilissima da ricordare, per me. E’ l’acronimo di Quando avevo 10 anni vivevo a Milano.

8) Denunciare alla Polizia delle Comunicazioni. Ci sono casi particolari nei quali consiglio di rivolgersi, senza indugio, alla Polizia (facendosi aiutare da un adulto). Può essere fatto anche online, puoi guardare qui:

https://www.commissariatodips.it/approfondimenti/social-network.html?no_cache=1

E’ possibile superare imbarazzo, vergogna e paura (molto comuni e comprensibili) e farsi aiutare: gli unici a doversi vergognare sono quelli che compiono certe azioni. La Polizia prende queste cose molto seriamente ed è in grado di risolvere il problema. Quando rivolgersi a loro?

  • Se le minacce sono particolarmente gravi (violenza personale, morte ecc.) e ripetute.
  • Se le offese/derisioni/molestie sono particolarmente gravi.
  • Se sono state rese pubbliche tue informazioni personali, immagini o video imbarazzanti.
  • Se le offese/derisioni/molestie sono ripetute (più di 2/3 episodi) e durano nel tempo (più di una settimana).
  • Se è stato costituito un “gruppo contro” di derisione o denigrazione.
  • Se le molestie hanno contenuti sessualmente espliciti (parole, immagini, minacce, richieste…).
  • Se qualcuno minaccia di divulgare tue immagini o informazioni intime o sessuali. Non hai alcuna colpa se, per curiosità, hai accettato di fare o condividere qualcosa. E’ una seria imprudenza verso te stessa ma non è illegale. E’ illegale che qualcuno utilizzi questa tua imprudenza per minacciare, ricattare, ottenere qualcosa, tenerti nella paura, umiliarti. Va denunciato.

Le persone che compiono queste azioni (con sms/mms, chat, WhatsApp, post, video ecc.) devono capire che non sono scherzi ma veri e propri reati contro la persona.

Questi sono i consigli pratici, le informazioni che è utile conoscere. Ora qualche riflessione. Questa brutta esperienza può essere anche un’opportunità. Per mettere un po’ di pensiero su quanto e come utilizzi smartphone, tablet, social network. Ti sei accorta che non sono (solo) un gioco divertente. Possono ferire, disturbare, invadere.  Puoi scegliere di togliere loro un po’ di valore, decidere di usarli meno e in modo più prudente per i tuoi 14 anni. Puoi riconoscerti il grande merito di avere fatto qualcosa per affrontare e risovere le cose (questo è coraggio!). Puoi arrivare presto a chiudere questo episodio e lasciare la paura alle spalle. Puoi, infine, uscire con buoni amici e ridere di gusto, pensando ad altro. Con tutti gli smartphone in tasca, però!

Resto sempre a tua disposizione, buona vita!

* 1 (Gli asterischi sono stati messi per la pubblicazione su kaloi.it ndr)

Ma lurida figlia di p***, mi rompi il c*** in chat e poi mi rimuovi? Ecco lo sbaglio che non dovete fare! Ora finisci su tutte le mie pagine sia chiaro! (…) Ora tu passi i tuoi guai a vita… mo son c*** amari per te sappilo! A me per il culo non mi ci prende nessuno occhio che ne ho i c*** pieni ricorda che io sono molto molto rispettato sappilo! E poi lurida cagna bastarda io ti devasto sia chiaro! Ti trovo, so dove sei…

Ho educato mio figlio a valori da “pesce fuor d’acqua”

Ho da sempre educato mio figlio Pietro alla tolleranza ed alla solidarietà, ma nessuno dei suoi coetanei ha questi valori, si sente un pesce fuor d’acqua. Come madre mi sento in colpa. Non so come comportarmi con lui, ormai ha quasi quattordici anni. Cosa faccio? Posso dirgli di cancellare tutto quello che gli ho passato?

Elena

risponde Stefano Contardi, educatore e formatore Kaloi

Cara Elena,

I figli si desiderano sereni e quando tale condizione viene a mancare, il cuore si spezza. Il suo dispiacere è compreso e accolto.

I valori sono elementi preziosi dell’esistenza, danno forma e sostanza alla persona, indicano la rotta.

E’ bene che, insieme alla solidità, abbiano elasticità. E’ una questione di ben – essere personale. I bambini interpretano la realtà secondo categorie rigide: bianco o nero, buono o cattivo, giusto o sbagliato; in adolescenza si può iniziare a “vedere e accettare il grigio”, ma si è solo all’inizio di un processo.

Tolleranza e solidarietà convivono con un’amara verità: non sempre e non tutte le condotte umane sono mosse da questi riferimenti valoriali.

Sembra che i coetanei di suo figlio non abbiano tolleranza e solidarietà come elementi distintivi dei loro comportamenti, stridendo con i riferimenti interni di Pietro. Da tale contrasto potrebbero nascere sentimenti di inadeguatezza, causati dal percepirsi diverso dagli altri; delusioni ed arrabbiature, per l’aspettativa infranta di incontrare persone tolleranti, solidali; dubbi amletici, alimentati dalla domanda irrisolta: “perché questa differenza tra me e gli altri?”.

Si dice che la persona sana adulta sia ben integrata e altamente differenziata.  Più semplicemente: un po’ uguale e un po’ diversa, un po’ dentro e un po’ fuori dal gruppo. Una ricerca di equilibrio tra il bisogno di fondersi, appartenere ed il bisogno di separarsi, individuarsi. Un paradosso da tenere insieme. L’adolescenza è solo l’inizio di questo cammino di crescita, lungo una vita.

In adolescenza il sentirsi “parte di un gruppo” è necessità fondamentale, creare relazioni con i coetanei di entrambi i sessi è un compito evolutivo da assolvere.

Può essere utile aiutare Pietro a capire quanto e in che termini questa differenza incida sui suoi bisogni di riconoscimento, di accettazione e stima all’interno del gruppo dei pari. Può essere opportuno verificare che il prezioso valore della tolleranza non venga da lui interpretato, nei fatti, come rinuncia a far valere le proprie esigenze. Che la pregiata solidarietà non venga da lui tradotta in generosità cieca, tale da esporlo al rischio di essere oltremodo usato, sfruttato senza reciprocità. Che tolleranza e solidarietà non siano da lui vissuti come “doveri” per essere amabile e accettabile.

Cara mamma, siamo nel mondo delle considerazioni generali e delle ipotesi; solo il dialogo con Pietro può restituire maggiori informazioni. Cerchi momenti di incontro, si apra alle sue parole, provando a gestire le emozioni positive o negative che risveglieranno in lei. Non è semplice per una madre ma neppure impossibile.

La sofferenza di Pietro è il sintomo, non la causa. Lo scopo della sua presenza adulta dovrebbe essere duplice: facilitarlo nel dar forma e parola al suo malessere; sostenerlo nell’identificare risorse e strategie funzionali ad affrontare il disagio vissuto con i pari. Provi ad ascoltarlo e accoglierlo, favorendo introspezione ed espressione di quanto vive, da mamma intenzionalmente orientata. In modo naturale, senza vestire l’abito della psicanalista o del predicatore in possesso di verità assolute. Lui si sentirà più alleggerito e rassicurato.  Non tutti i mali vengono per nuocere, paradossalmente questa situazione di crisi gli offrirà possibilità per imparare ad ascoltarsi, conoscersi, collocarsi, consolidare la sua resilienza, ossia la capacità di gestire e far fronte a situazioni di fatica.

Gli faccia vivere il suo interesse, a volte con un passo avanti, a volte con un passo indietro, sintonizzandosi con i movimenti del ragazzo. Essendo ormai adolescente, a volte potrebbe tenderle le mani, altre volte spingerla via, mostrando alternanza tra bisogno e rifiuto, apertura e chiusura. Potrebbe essere disorientante per lei.  Metta in conto questa sfida a trovare la giusta collocazione, i giusti tempi.

Lo solleciti a vedere non solo ciò che lo distingue dai suoi  coetanei, ma anche ciò che lo accomuna. Senza sminuire l’importanza  dei pari o screditandoli.  Lo stimoli a comprendere che, forse, sono figli di un’educazione diversa da quella che lui ha ricevuto. Che sono in crescita, come lui. Incontrerà molte persone durante l’esistenza: simili e diversi da lui ma non per questo di minor valore.

A volte gli adolescenti tendono ad assolutizzare, è funzione educativa mitigare certi estremismi.  Assuma parole e gesti che permettano a Pietro di sentirla al suo fianco, ma lui stesso  protagonista della situazione. Questo gli darà modo di consolidare un potere personale positivo, per influire sugli eventi del mondo interiore ed esteriore.

Poi c’è lei. Si sente responsabile come madre, per averlo dotato di valori “anomali” rispetto ai coetanei. I suoi pensieri, i suoi sentimenti e bisogni sono evidentemente intrecciati a quelli di Pietro. Questo è umano, capita sempre, a tutti. D’altronde sarebbe auspicabile sciogliere la treccia e distinguere i fili suoi da quelli di Pietro. Nelle relazioni umane (tanto più in quelle educative) è importante distinguere il “mio problema” dal “suo problema”. Questione di confini.

Infine un mio pensiero, da persona e da cittadino. Osservo dall’alto, distinguo meno l’individuo, vedo meglio la collettività e le esprimo profonda gratitudine per aver dotato Pietro di riferimenti che fanno bene alla salute del nostro sistema sociale. Per l’individuo c’è un prezzo momentaneo da pagare. Verrebbe da dire da tollerare, che ironia!

C’è tempo per ogni cosa e ogni cosa ha il suo tempo

di Licia Coppo, pedagogista, formatrice Kaloi e counsellor

“Oh, c’è tempo, c’è tempo”, avrebbe detto mia nonna. Di fronte a una nuova esperienza per un bambino, un gioco, una gita, uno sport, un viaggio, lei avrebbe detto proprio così: “è piccolo, ne ha di tempo davanti!”.  E’ uno dei tanti principi pedagogici che oggi vacillano: il principio della gradualità.

Quella era l’epoca in cui l’unico paio di scarpe per stagione si portava finché le dita non facevano troppo male, in cui i vestiti logori dei fratelli maggiori si usavano con le toppe, in cui si inventavano i giochi con una scatola di cartone, un bastoncino e lo spago.

Quell’epoca non c’è più. Qualcosa abbiamo guadagnato, qualcosa perso. Bruciare le tappe della crescita dei bambini e abbandonare la gradualità delle esperienze è senz’altro una perdita. Per i bambini, soprattutto. Ma anche per i genitori.

Come pedagogista incontro diverse persone, così motivate ad essere buoni genitori da frequentare corsi.  Raccolgo le loro storie, le loro fatiche, il loro disorientamento (mal-orientamento) e i loro autogol. Come quello di iper-attivarsi e iper-attivare i loro figli in esperienze, stimolazioni, sollecitazioni il prima possibile, convinti che questo sia “dar loro il massimo delle opportunità”.

La tendenza comincia già dai primi mesi di vita. Fino a 6 mesi il latte materno ha tutto ciò di cui il bambino ha bisogno per crescere bene. Eppure (anche quando la crescita è progressiva, adeguata, senza disturbi e la madre ha un decolté che potrebbe sfamare due gemelli) non si sa come, verso i 4 mesi si comincia a dare anche un omogeneizzato di frutta a merenda, un po’ di giunta di latte in polvere, magari la prima pappa salata. Il bambino non avrebbe bisogno di altro, oltre al latte della mamma. Eppure, ci sono mamme che mi riferiscono di integrare con la giunta di latte artificiale o il ‘fruttino’ a 4 mesi, sostenendo che il bambino si sta stufando di bere solo il loro latte e così, con l’omogeneizzato, non si annoia e varia un po’.

Si sta stufando del latte materno? Non si annoia e varia un po’?? La noia, in un bambino di 4 mesi?

Sempre mia nonna, pedagogista inconsapevole, diceva che sotto i 9 mesi di vita i bambini “meno li sposti, meglio è”; che devi cercare di dare loro orari e abitudini; che, se si abituano a dormire con una canzoncina, è meglio cantare sempre quella, per ascoltare tutte le sinfonie di Mozart c’è tempo. Oggi, invece, sembra sia diventato fondamentale far sentire tutto Beethoven e Chopin già in culla, per agevolare l’orecchio musicale il prima possibile. Eccolo lì: il prima possibile.

I genitori lo hanno letto da qualche parte, magari su una rivista dove insegnano, anche, che ‘prima si approcciano all’acqua meglio è’ e allora vai! con i corsi di nuoto per neonati.  C’è l’importanza dello sviluppo motorio precoce, e allora vai! con la pre-pre-danza a due anni e mezzo e il baby-baby-calcio a 3 anni. E così il tour diabolico dell’anticipazione delle tappe prosegue inesorabile, con un ritmo frenetico e massacrante. E massacrati non ne escono solo i genitori, che spesso sembrano più taxisti che educatori. Ne escono massacrati i bambini. I bambini hanno anche e soprattutto bisogno di tempi vuoti, di tempo per giocare, disegnare, divertirsi senza averlo programmato, di tempo per correre e sporcarsi, senza uno scopo.

Hanno altrettanto bisogno che non vengano anticipati i loro bisogni. Questo è il principio di gradualità. Vivere le esperienze con gradualità significa poco per volta, quando un bambino ha le competenze emotive e cognitive per cogliere e dare senso all’esperienza.

Un bambino di 3 anni che viene portato a Parigi a Eurodisney, cosa porta a casa dall’esperienza? Sicuramente un’euforia eccessiva;  i  genitori, la fregatura di un biglietto costoso e poco sfruttato. Potrebbe succedere che quel bambino venga anche derubato della gioia delle giostrine sotto casa, insignificanti dopo l’incanto del paese dei balocchi. Con cosa lo intratterremo allora? Ecco che la posta in gioco sale.

Che bisogno ha un bambino di 6 anni di vedere Il Signore degli anelli? O Avatar? Non c’è solo l’aspetto della violenza di alcune scene di battaglia o della paura di immagini con spettri e demoni. C’è soprattutto l’intensità emotiva che quei film possono muovere nel  bambino. Ci sono significati e messaggi che quei film portano con sé ma si possono cogliere solo ad una certa tappa di sviluppo cognitivo. Non prima dei 9 o 10 anni, tanto per dare un po’ i numeri.

Nel libro Ho un sogno per mio figlio, Roberto Gilardi scrive:

Da qui l’idea di recuperare e dare uno o più nomi alla parola “buon senso”. Sì, perché negli anni  in cui veniva comunemente utilizzato in famiglia, era anche l’ingrediente sufficiente ad affrontare una realtà altrettanto semplice e semplificata. Oggi non basta, deve essere in qualche modo recuperato attraverso esemplificazioni concrete, visibili e tangibili, orientate pedagogicamente nella relazione che un genitore ha con il proprio figlio a partire da zero anni. Perché l’educazione è come la distribuzione delle risorse a questo mondo, anche se con numeri esattamente opposti. Il 10% della popolazione detiene l’80% della ricchezza. A spanne. L’80% dei compiti educativi viene svolto nel 10% della vita di un figlio, nei primi undici, dodici, tredici anni di vita. I sette passi, e quindi le sette principali funzioni educative, trovano in questo periodo il loro maggiore investimento. Poi negli anni che seguono, non è ancora il caso di andare in pensione come genitori, si può perfezionare, aggiungere, limare, mantenere. […].

L’80% dei compiti educativi del genitore viene svolto nei primi 13 anni di vita del figlio, non l’80% di attività e stimoli che deve ricevere il figlio! Ci vuole buon senso.

Al tempo della mia nonna si bruciavano foglie e rami secchi nei falò (‘fuochi accesi nei campi’, in dialetto piemontese), oggi sembra diventato un must educativo “bruciare” le tappe di crescita. Ma se a 12 anni nostro figlio si è già fatto 4 volte Gardaland, ha nuotato con le tartarughe in Egitto, ha visto l’aurora boreale al polo nord, ha visto tutti i film di Tarantino e ha già praticato 8 sport differenti, con che cosa lo intratterremo ancora? Quali esperienze saranno ancora sorprendenti, stimolanti, accattivanti e affascinanti per lui? Se poi a 14-15 anni (come avviene) molti ragazzi sono ormai disincantati, annoiati, disillusi o incapaci di sorprendersi, allora qualche domanda, come mondo adulto, dovremmo iniziare a porcela.

C’è tempo, c’è tempo. C’è un tempo per ogni cosa, e ogni cosa ha il suo tempo…

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